Epicuro "nietzschiano"

 


Un omaggio di Nietzsche a Epicuro:

45. Epicuro. Sì, sono fiero di sentire il carattere di Epicuro diversamente, forse, da chiunque altro, e soprattutto di gustare ciò che ascolto e leggo in lui, la gioia meridiana dell'antichità: vedo il suo occhio che guarda un vasto, abbacinante mare, oltre gli scogli delle rive sui quali si posa il sole, mentre grandi e piccole fiere giuocano nella sua luce, sicure e placide come questa luce e quell'occhio stesso. Una tale gioia l'ha potuta inventare solo un uomo che non trova pace nel dolore, la gioia d'un occhio davanti al quale il mare dell'esistenza si è quietato e che non si sazia più di guardare la sua superficie, e questo screziato, tenero, abbrividente velo di mare: non era mai esistita - prima di allora - una tale compostezza della voluttà.” (F. Nietzsche, Idilli di Messina, La gaia scienza, Scelta di frammenti postumi 1881-1882, pag. 70, testo critico di G. Colli e M. Montanari, Mondadori, 1965)

Epicuro fonda la sua dottrina morale su un sostrato “ontologico” preciso: tutto è casuale, la realtà materiale è composta da atomi che fluttuano caoticamente e senza alcun fine (e caoticamente si congiungono e si separano), non vi sono leggi razionali e destini necessari che obblighino nella loro causalità gli uomini, non vi sono dei che distribuiscano castighi o ricompense. Ecco dunque che la morale epicurea si fonda su quella “affezione” immediata ai sensi che è il piacere.

Con Epicuro compare per la prima volta, nella civiltà occidentale, quel tipo d'uomo che raggiunge la felicità nella conoscenza che Dio e la vita eterna non esistono – il tipo d'uomo che troverà in Nietzsche una delle sue più potenti espressioni.” (E. Severino, La filosofia antica e medioevale, Rizzoli, 1996).

Si noti infatti questa precisa analogia tra il pensiero di Epicuro e quello di Nietzsche: per entrambi gli aspetti più originari della realtà sono i sensi, quella parte del sentire dell'uomo che è la felicità, il piacere che giunge semplicemente alla coscienza e fluisce nel corpo (“Una tale gioia l'ha potuta inventare solo un uomo che non trova pace nel dolore”). Entrambi considerano la vita senza alcun fine, entrambi considerano il mondo originario un mondo senza dei e senza morali imposte da principi divini “autoritari”: un mondo senza leggi vincolanti, senza logos. E' quindi una conseguenza inevitabile che entrambi si rivolgano come “fondamento” per la loro filosofia alle realtà “fluttuanti” delle emozioni più prossime al sentire del corpo.

Tuttavia Epicuro non è Nietzsche, e non lo è quando fonda il senso della felicità non nella pienezza del proprio sentimento di potenza, non nella gioia di sentire fluire la forza caotica e vitale entro di sé, ma nel concetto “negativo” del piacere come assenza del dolore. Ecco quindi in Epicuro il togliere il superfluo al fine di praticare l'assenza del dolore (e nel togliere questo superfluo giunge a fondare una vita di moderazione e rinuncia poco incline al sentire nietzschiano), mentre per Nietzsche la felicità viene raggiunta solo se si è in grado di fare fluire entro di sé, in un movimento dello spirito che aggiunge “potenza a potenza”, la corrente vitale originaria propria degli istinti profondi (per cui Nietzsche è colui che toglie le “incrostazioni” che ostacolano l'originaria forza istintuale, quest'ultima un'anticipazione dell' “es” freudiano).

In Epicuro vi è quindi il senso della “misura” per cui occorre sapersi accontentare di non provare dolore, in Nietzsche vi è più senso dell'hybris, un cercare il fondamento istintuale come movimento che trascina l'uomo con sé, lungo il sentiero delle forze che si liberano da ogni “misura”.

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(Synt)


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