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Cleante. Cleante (304-232 a.C.) è il secondo scolarca dello stoicismo antico e successe a Zenone nella guida della Stoà, carica che rivestì fino alla morte. Si distinse per aver conferito alla dottrina stoica un indirizzo più teoretico che morale, indirizzo, quest'ultimo, preferito dal maestro Zenone. Cleante compose un Inno a Zeus, di cui ci rimangono 40 versi, in cui il dio greco viene celebrato come il principio divino che regge sommamente il cosmo.
* Sommario 3.
Il dominio sulle passioni 5. Cosmopolitismo e regola dell'impegno civile 6. Alcune massime di Marco Aurelio 7.
Il tempo ciclico: l'apocatastasi
L'assunto fondamentale dello stoicismo è
che tutto è sorretto dalla ragione. Per gli stoici,
contrariamente a quanto sostenuto dagli epicurei,
nel cosmo non vi è nulla di casuale ma tutto è sorretto
da una legge razionale che essi chiamano logos, recuperando
l'antico termine eracliteo. Il logos determina ogni aspetto della
realtà in modo necessario, per cui ogni cosa accade nell'unico
modo in cui sarebbe potuta accadere. Tutti i fenomeni e gli accadimenti del mondo, i quali non sono altro che la manifestazione della legge del logos, hanno un proprio fine, anche quelli all'apparenza dannosi o inutili, così Crisippo giustificava anche le catastrofi e i terremoti come purificazione ed espiazione dei mali del mondo. Questa conclusione rispecchia a dovere il senso che gli stoici danno al mondo: ogni cosa ha una sua ragione, ogni aspetto della realtà, anche il più terribile o il più apparentemente trascurabile, possiede un suo perché nella logica dell'intero e del tutto (questo argomento sarà poi recuperato da Leibniz per affermare che quello che viviamo è "il migliore dei mondi possibili"). Da questo atteggiamento filosofico nascerà l'attenzione dello stoicismo per la logica. Molti dei concetti di logica classica che verranno utilizzati in epoche successive derivano dal lavoro di organizzazione della disciplina sviluppato proprio dalle scuole stoiche le quali, assieme all'opera di Aristotele, verranno a formare il "corpo logico" proprio dell'antichità (gli stoici si dedicheranno ad approfondire gli aspetti della logica dialettica). Da ricordare per l'importanza la distinzione operata dagli stoici tra segno, significante e significato, un'importante anticipazione delle teorie semiotiche moderne. Se ogni cosa nell'universo accade secondo la legge del logos, ogni aspetto della realtà non può che accadere nel solo modo in cui accade. L'argomento è una critica al concetto di libero arbitrio sostenuto invece dagli epicurei, per gli stoici l'agire umano non può che essere vincolato da una legge di necessità. La legge "divina" che regola il funzionamento di ogni aspetto della realtà è chiamata dagli stoici pronoia (e per gli stoici il termine "divino" ha un significato diverso rispetto al "Dio" della tradizione cristiana, il quale invece "dona" agli uomini il libero arbitrio, per questo concetto si veda Agostino). La pronoia è la provvidenza, quel principio che "pre-vede" e "pre-determina" il mondo nel suo insieme, il termine pronoia deriva infatti dal prefisso pro- ("che sta davanti") e da nous ("intelletto"), per cui pronoia è ciò che si pone prima dell'intelletto umano (il quale è circostanziato) travalicandolo e determinandolo in anticipo (alla provvidenza spetta infatti il compito di predeterminare ogni evento, passato, presente e futuro). Dunque per gli stoici la pronoia determina ogni evento, per cui ogni aspetto dell'esistenza è fato, è destino (in greco heimarméne). Se ogni aspetto è già determinato nel disegno del fato, allora la libertà dell'uomo è solo apparente. L'unica libertà che è concessa all'uomo è allora quella di non contrastare il destino e seguire il suo volere. Se l'uomo intendesse piegare il mondo al suo volere, cercando di conformarlo ai suoi progetti, sarebbe comunque destinato al fallimento qualora il fato volesse il contrario. L'autentica libertà dell'uomo è dunque quella di volere ciò che il fato vuole, in modo da porre il destino come guida e non come antagonista rispetto al proprio progetto di vita. Mentre per Epicuro la serenità dell'anima si fonda sul fatto che nulla nella realtà è sottoposto ad alcuna legge restrittiva per la libertà degli uomini, e quindi ogni uomo è libero di ricercare la felicità, per gli stoici la serenità è invece raggiungibile proprio a partire dal senso del destino per cui ogni cosa che accade nel mondo non dipende dalla volontà degli individui ed è quindi inevitabile. Il senso del cosmo è il logos. Ogni cosa è permeata da questa legge per cui non solo la natura (la physis) soggiace al volere della ragione, ma anche l'uomo, il quale è parte della natura e del cosmo. La vita degli uomini è scontro tra lògos e phatos, dove per phatos si intende l'errore della ragione indotto dagli istinti. Il vero ostacolo verso una piena armonia con l'universo è dunque la passione, vera malattia dell'anima che allontana l'uomo dalla ragione. Il
saggio deve astenersi delle passioni, egli deve contemplare il mondo
con distacco, come se assistesse ad una rappresentazione sulla quale non
può intervenire. Il destino degli uomini è infatti già
deciso dal logos, ragion per cui ogni cosa accade indipendentemente
dal "disturbo" operato delle passioni. Ecco dunque che il
saggio stoico pratica l'apatia (a-pathos, "assenza di
passione") e l'atarassia (a-taraxsis, "assenza
di turbamento", "imperturbabilità" di fronte agli
eventi). Le passioni sono d'ostacolo ad una vita serena perché conducono l'uomo a volere ciò che non può realizzarsi. Ogni volta che l'uomo desidera l'impossibile (desidera ciò che dovrebbe accadere e non accetta invece ciò che accade) egli va incontro al dolore. Ecco che il saggio stoico non lotta contro il fato ma lo accetta, e nel momento in cui egli lo accetta non si lascia condurre da esso ma diventa egli stesso il proprio destino. In questo modo l'uomo diventa autenticamente ciò che è: accettare il proprio destino implica essere realmente ciò che si è, entro la propria natura e non oltre.
Seguendo
il precetto della vita secondo natura, ovvero l'agire conforme all'ordine
razionale del cosmo, si possono distinguere tre tipi di azioni etico-morali: - Le azioni ingiuste, da evitare in quanto frutto dell'abbandono alle passioni, uniche vere nemiche della verità e della vita, malattie dell'anima (l'ira, l'odio, la ferocia, ma anche la malinconia e il sentimento di frustrazione); - Le azioni indifferenti, quelle dettate da comportamenti che mirano alla ricchezza, alla bellezza, alla gloria, ecc. Il saggio stoico non si cura delle possibilità oggettive della sua esistenza, i suoi precetti gli impongono l'indifferenza verso gli eventi elargitigli dal fato. Tutte le azioni che sono indifferenti al raggiungimento della virtù sono definite dagli stoici come "adiaforie" (da adiaphorìa, composto dal privativo a- e da diaphoros, “differente”, ovvero “che non fa alcuna differenza”). Scopo della vita è vivere un'esistenza virtuosa, la virtù è vivere secondo ragione. La felicità consiste dunque nel comprendere di essere individui razionali che sono parte di un tutto soretto da basi razionali. Si è virtuosi quando si comprende il legame che sussiste tra le singole individualità e una ragione più ampia e profonda. Le passioni "viziose" sono quelle che conducono all'ira, alla ferocia e al dolore dell'anima provocato dallo sconforto e dalla frustrazione, per contro, i sentimenti che onorano la legge del logos sono i sentimenti di amore per gli uomini e di rispetto per le istituzioni e per gli impegni contratti con gli appartenenti alla comunità. Le
quattro virtù fondamentali per gli stoici sono la saggezza,
la giustizia, la fortezza e la temperanza. La saggezza è
la virtù di chi conosce e comprende l'autentico senso della verità,
la giustizia è la virtù che si esercita conseguentemente
alla conoscenza della verità, la fortezza e la temperanza sono
qualità virili che permettono all'uomo stoico di affrontare i colpi
della sorte a testa alta, ben sapendo che ogni cosa accade secondo necessità
ed è quindi inevitabile
(virtù consone più delle altre allo spirito romano e a pensatori
quali Seneca, Marco Aurelio ed Epitteto).
Se tutto è governato dalla ragione essa ha un significato assoluto e universale entro la quale e per la quale vivono tutti gli uomini, aldilà di ogni distinzione politica, sociale, e culturale. La filosofia stoica è dunque un tipo di saggezza che non si rivolge solamente ed esclusivamente ad un certo gruppo sociale o politico, ma la verità di cui si fa portatrice ha un carattere universale che coinvolge gli uomini nella loro totalità, al di là delle differenze e delle condizioni di vita. Questo
aspetto dello stoicismo è proprio anche dell'epicureismo, in quest'ultimo
il cosmopolitismo è conseguenza del fatto che nel cosmo non vi
è alcuna legge deterministica e quindi ogni uomo è legittimamente
in grado di sperimentare liberamente il senso della felicità, mentre
per lo stoicismo il carattere della propria dottrina è universale
proprio perché è universale la legge che guida l'universo.
Questo aspetto delle discipline filosofiche ellenistiche contrasta quindi
con la visione fortemente aristocratica, elitaria e "classista"
propria della filosofia politica di Platone (si veda la Repubblica).
Esempio
vivente dell'universalità della dottrina stoica è lo schiavo
filosofo Epitteto. Egli metteva in pratica l'indifferenza rispetto alla
propria condizione di vita, una condizione determinata dal destino al
quale nulla si poteva opporre, ma rivendicava comunque il diritto di essere
un libero pensatore malgrado costretto nella sua condizione servile.
La figura di Marco Aurelio, morto del 180 d.C., può essere considerata il culmine politico dello stoicismo. Egli raccolse le sue massime filosofiche in 12 volumi intitolandole A se stesso (Tà eis heautòn), tradotte in latino come Ricordi. Una delle sue massime era: "Guarda dentro di te: vi è la fonte del bene sempre capace di zampillare, se sempre saprai scavare in te stesso". La fonte del bene è sempre la ragione profonda di ogni cosa, quel logos che, determinando ogni cosa, è presente nel profondo di ogni animo umano. Il saggio stoico può quindi bastare a se stesso, in quanto dentro di sé sente di avere tutto il necessario per vivere una vita virtuosa (echi di autarchia cinica). Insieme
col filo della tua vita.
“57. Amare soltanto quelle vicende che a te accadono, quello che è
tessuto insieme col filo stesso della tua vita. Che cosa di più conveniente?”
(Ricordi, Libro settimo). Servo
fuggitivo.
"25. Chi fugge dal suo signore è servo fuggitivo. Signora, la legge,
chi la trasgredisce, è servo fuggitivo. Così è chi s'addolora, chi s'adira,
chi teme, e non vorrebbe che qualche cosa o fosse avvenuta, o avvenisse
nel presente e nel futuro; qualche cosa tra quelle che sono state disposte
in ordine da colei che tutto governa: la legge che distribuisce quanto
a ciascuno compete. In conseguenza chi teme, chi s'addolora, chi s'adira,
è servo fuggitivo." (Ricordi, Libro decimo).
E' propria dell'antichità la tendenza di considerare il tempo come circolare e non come lineare. Nel primo caso il mondo ritornerebbe periodicamente sui suoi passi ripetendo i medesimi eventi all'infinito, nel secondo caso ogni evento accade unico e irripetibile all'interno di una linea temporale che tende verso un fine. Se la concezione del tempo lineare è propria del Cristianesimo (Dio crea il mondo e gli impone una fine che coincide con l'avvento del Giudizio Universale), il tempo ciclico è un concetto importante della dottrina stoica, un senso del tempo che verrà ripreso anche da Nietzsche in epoca moderna e che si esprime nel concetto di eterno ritorno dell'eguale (seguendo però un diverso percorso filosofico). Se per gli stoici ogni aspetto del cosmo è di per sé razionale, ogni avvenimento temporale accade secondo un ordine preciso e determinato, il quale è destinato a ripetersi eternamente identico a se stesso. Secondo Zenone di Cizio "Nel corso dei periodi fatali l'universo intero va in fiamme e quindi si inizia una nuova costituzione del mondo. Tutto termina con un fuoco primordiale, che come un seme ha in sé tutte le ragione e tutte le cause degli essere che furono, che sono e che saranno. La formazione dalla conflagrazione generale della materia si compie quando dal fuoco, attraverso l'aria, avverrà una conversione in acqua, e una parte di questa si depositerà a formare la terra". Dunque la legge che sorregge il cosmo conduce verso una distruzione (ekpirosi) e una rifondazione periodica (palingenesi) del tempo e degli eventi. Questo sistema temporale circolare viene chiamato apocatastasi (dal verbo greco apokathìstemi, “io ristabilisco”). Il principio di cui si compone ogni cosa materiale è il fuoco, un elemento che contiene già in sé ogni evento "come un seme ha in sé tutte le ragione e tutte le cause degli essere che furono, che sono e che saranno." Il fuoco, elemento materiale archetipo (stoichéion) mutuato dalla filosofia eraclitea, ha in sé il principio di tutte le cose, ha in sé sia il principio della distruzione che quello della riedificazione. Ma gli avvenimenti vengono riedificati sempre nella medesima successione temporale, cosicché ogni evento accaduto in un ciclo cosmico singolo è destinato a ripetersi uguale e identico in tutti gli altri cicli temporali infiniti. |
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Scheda
di Forma Mentis - Ultimo aggiornamento 20-01-2007
Ref. Antologia Filosofica, Ubaldo Nicola - La filosofia antica, Emanuele Severino |