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Spinoza

Baruch
SPINOZA

(1623-1677)

 


Baruch Spinoza nacque ad Amsterdam da famiglia di mercanti ebrei di origini spagnole stabilitisi in Portogallo e poi fuggiti in Olanda in seguito alle pressioni dell'intolleranza religiosa cattolica seguita all'annessione del Portogallo da parte della Spagna. Il giovane Baruch compì gli studi all'interno della comunità ebraica, anche se completò la sua educazione presso un libero pensatore di formazione cattolica. Studiò l'ebraico e i testi biblici, ma anche il pensiero di filosofi a lui contemporanei quali Bacone, Cartesio ed Hobbes, e ancora i classici latini e la scolastica medievale. Ma l'ambiente ebraico in cui crebbe non era meno chiuso e conservatore di tanti altri ambienti religiosi rigidamente ortodossi, motivo per cui finì per essere scomunicato nel 1656 per "eresie praticate ed insegnate": venne espulso dalla comunità, gli venne proibito di frequentare la sinagoga, i suoi parenti lo allontanarono, la sorella tentò di diseredarlo, uno fanatico tentò pure di pugnalarlo. Spinoza lasciò dunque Amsterdam per stabilirsi in un villaggio (Rijnsburg, presso Leyda), quindi trovò sistemazione a L'Aja. In osservanza al precetto rabbinico di imparare un mestiere manuale, Spinoza era diventato molatore e tagliatore di lenti ottiche, cosicché riuscì a mantenersi autonomamente (del resto conduceva una vita poco dispendiosa), venendo a rifiutare più volte aiuti in denaro e incarichi professionali (nel 1673 rifiutò di insegnare all'Università di Heidelberg) per salvaguardare, come egli stesso ebbe a dire, la sua libertà di pensiero (per tutto questo tempo rimase comunque sempre in contatto con amici filosofi con i quali ebbe anche intensi rapporti epistolari). Morì di tubercolosi a soli quarantaquattro anni, subito dopo la sua morte la sua filosofia venne unanimamente tacciata di "ateismo" (da ricordare che all'atto della pubblicazione il suo Trattato teologico-politico fu ritenuto empio e blasfemo sia dai cattolici che dai protestanti).

Opere principali: Breve trattato su Dio, sull'uomo e la sua felicità (1661); Trattato sull'emendazione dell'intelletto (1661); Trattato teologico-politico (1676); Etica dimostrata in ordine geometrico (1677).

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Sommario

1. Dio è l'unica Sostanza

2. La necessità e la perfezione delle cose

3. Ogni cosa è di per sé naturale

4. Sostanza, attributi e modi

5. L'etica

6. La politica

7. La religione e la libertà di ricerca

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1. Dio è l'unica Sostanza

Se Cartesio si era servito dell'argomento ontologico di Sant'Anselmo per dimostrare l'esistenza di Dio e l'indubitabilità della materia (ponendo però all'inizio della catena di dimostrazioni non già l'esistenza di Dio ma l'esistenza evidente del cogito), Spinoza riprende lo stesso argomento ontologico per dimostrare l'evidenza dell'esistenza necessaria di un solo principio.

Spinoza afferma che la sostanza di tutte le cose è una sola e si identifica in Dio. Non vi è motivo di pensare una dualità dei principi costitutivi del mondo, Dio è l'Essere perfettissimo e tale perfezione implica necessariamente l'avere in sé ogni cosa e niente al di fuori di sé. La sostanza divina è causa di se stessa, non ha bisogno di null'altro per esistere, è la vera e unica sostanza della quale tutte le cose sono composte.

"Per sostanza intendo ciò che è in sé ed è concepito per sé: ovvero ciò, il cui concetto non ha bisogno del concetto di un'altra cosa dal quale debba essere formato." (Baruch Spinoza).

Se per "sostanza" si intende ciò che sussiste di per sé (che non riceve da altro la causa della sua esistenza), allora per Spinoza è chiaro che l'unica Sostanza che non è stata generata da altro è quella divina, ed ogni altra cosa non potrà che essere una sua manifestazione, un suo attributo. Essendo somma perfezione, essendo infinito non limitato e totalità di ogni cosa, la Sostanza divina coincide con il mondo stesso, "Dio è tutto", Dio è natura, materia e pensiero, e l'apparente molteplicità delle manifestazioni del mondo è da intendere come una diversa manifestazione dell'unica Sostanza.

Fu proprio questa forma di panteismo totale a stabilire la frattura insanabile tra il pensiero giudaico-cristiano e la filosofia di Spinoza: le religioni pongono come certa l'esistenza di Dio separata dal mondo che Egli stesso ha creato, Dio è distinto dalla Sua Creazione, mentre nella filosofia di Spinoza tutte le cose, comprese le più abbiette e infime, hanno il diritto di essere definite sostanzialmente divine.


2. La necessità e la perfezione delle cose

Ma Dio non genera il mondo secondo volontà, Spinoza afferma che Dio genera il mondo per necessità, ovvero non può non generarlo data la sua natura perfettissima.

Cosicché gli uomini credono di essere liberi di agire volontariamente, in realtà ogni cosa è predeterminata secondo necessità, gli uomini credono che la Creazione si risolva in un insieme di mezzi per raggiungere i loro scopi, mezzi che sono stati messi a loro disposizione da Dio. Credono che agendo secondo il bene otterranno una ricompensa, mentre le innumerevoli manifestazioni del male siano solo la prova che non hanno agito in conformità della volontà divina. Ma Spinoza fa notare che prosperità e avversità si riversano sull'uomo senza alcun ordine preciso (qualcuno direbbe "piove sui giusti come sugli ingiusti"), indipendentemente dai meriti e dai demeriti. La volontà di credere in questo meccanismo di ricompense è così radicato negli uomini che essi, pur di giustificarsi, sono disposti ad attribuire a Dio i caratteri di una volontà imperscrutabile all'uomo. Per Spinoza invece gli eventi accadono per semplice necessità, accadono in un certo modo perché non possono accadere diversamente (Spinoza predica il rigido determinismo delle scienze matematiche come vera norma di verità, una radicale critica ad ogni forma finalismo).

In sostanza, Dio non può creare le cose pensando di farle imperfette, ogni cosa è invece una manifestazione necessaria della perfezione divina. E' chiaro che messe così le cose, Spinoza nega anche la distinzione oggettiva tra il bene e il male: non solo il bene, ma anche il male rappresenta una manifestazione necessaria della perfezione. Ovviamente tutto questo non poté che attirargli l'avversione degli ambienti religiosi, i quali videro nel pensiero di Spinoza una pericolosa manifestazione dell'ateismo, inteso come negazione del sommo principio morale che regola, giudica e punisce le azioni degli uomini.

Attribuire un diverso grado di perfezione a questa o a quella manifestazione della natura è per Spinoza un arbitrio della volontà umana (pregiudizi dell'immaginazione). A seconda se un accadimento diletta o meno i suoi sensi, l'uomo attribuisce all'evento un valore positivo e negativo, ma non è così, in realtà chi vuole interpretare gli eventi in senso rigoroso deve attenersi a quella norma di verità che è la matematica della pura necessità oggettiva.

Spinoza criticherà anche la tendenza ad attribuire a Dio caratteristiche antropomorfe, non già nella figura, quanto nei modi di essere: la tradizione religiosa vuole un Dio artigiano che crea il mondo imperfetto come se qualcuna delle sue creature avesse dei difetti, ma ciò è caratteristica propria degli uomini, non già di Dio, alla quale compete solo la perfezione necessaria.


3. Ogni cosa è di per sé naturale

Da tutto questo discorso ne deriva inoltre che ogni cosa è di per se naturale. L'ordine delle cose è determinato secondo necessità "geometrica", Spinoza critica chi pensa che possa accadere qualcosa che sospende le regole della natura (ad esempio, i miracoli), è infatti impossibile che qualcosa accada al di fuori della regola della necessità. Gli stessi comportamenti umani (la ragione come la pazzia) sono da considerare tutti naturali, ciascuno nel proprio diritto.

"Qualsiasi cosa infatti un essere faccia secondo le leggi della sua natura, la fa per un sommo diritto cioè perché è determinato a farlo dalla natura e non potrebbe altrimenti". (Baruch Spinoza).

In qualsiasi modo si consideri la realtà, attraverso l'attributo del pensiero o quello della natura (che sono ugualmente tutte manifestazioni della Sostanza), vi è solo una regola alla quale ogni cosa non può sfuggire: la propria determinazione necessaria.

Spinoza non fa del mondo il motivo di un'emanazione divina in senso mistico-neoplatonico, quanto il prodotto necessario di una legge assiomatica, rigorosa quanto lo sono le regole della geometria e della matematica: le cose non posso accadere diversamente da come accadono perché ogni cosa è regolata da leggi che non si possono eludere, così come è impossibile che 1+1 faccia 3 ed è invece naturale e necessario che faccia 2: l'assoluta perfezione di Dio non ammette imperfezione o casi speciali, tutto è ordine per il solo fatto di accadere, compreso ciò che il pregiudizio dell'uomo intende come disordine.

"Dio non può avere uno scopo, nel produrre l'universo, e non si può dunque parlare di una provvidenza divina: l'universo scaturisce da Dio come le proprietà di una figura geometrica scaturiscono necessariamente dall'essenza di tale figura." (Emanuele Severino).


4. Sostanza, attributi e modi

Si è detto che ogni aspetto mutevole della realtà è per Spinoza un attributo dell'unica Sostanza, la quale coincide con un'idea di Dio che esula da quella delle principali religioni monoteiste (il Dio di Spinoza non agisce secondo volontà, non decide di creare, punire o ricompensare, il Dio di Spinoza è semplicemente la realtà stessa, il "Tutto").

Il pensiero e l'estensione (ciò che Cartesio chiamava res cogitans e res extensa) non sono due sostanze, ma sono due attributi dell'unica Sostanza (non esistono e non possono esistere infatti più sostanze distinte all'interno dell'unica e omnicomprensiva sostanza divina). Vi sono un numero infinito di attributi data l'infinità della sostanza divina, ma all'uomo è dato conoscere solo queste due. Entro gli attributi si distinguono i modi: l'idea è uno dei modi del pensiero (la mente), il corpo è uno dei modi dell'estensione (la realtà fisica). I modi sono detti anche affezioni dell'attributo, rappresentano cioè i diversi stati in cui l'attributo si manifesta (l'affezione rappresenta lo stato delle cose che sono possibili di modificazione, e i modi rappresentano infatti tutti gli stati mutevoli della mente e dei corpi).

Cosicché il divenire si configura nella filosofia spinoziana come una fluttuazione dell'unica sostanza stabile, similmente alla fluttuazione delle onde in un oceano che le comprende e della cui acqua sono composte.


5. L'etica

All'interno di questo quadro di regole strettamente necessarie, ci si chiede che spazio sia lasciato alla libertà dell'azione umana, e che significato abbia per Spinoza. Il progetto di Spinoza è innanzitutto quello di inquadrare l'azione umana in una geometria delle emozioni che ne spieghi i caratteri universali.

Il principio fondamentale che caratterizza le azioni degli uomini è per Spinoza lo sforzo dell'autoconservazione (conatus): ogni cosa tende a insistere e perpetuarsi nel proprio essere secondo la propria essenza. Lo sforzo di autoconservazione della mente viene chiamato da Spinoza volontà, mentre quello del corpo appetito. Spinoza afferma anche che l'uomo non desidera una cosa perché la crede buona, piuttosto crede buona una cosa perché la desidera. Vi sono dunque le emozioni, e in particolare due emozioni fondamentali che sono la gioia e la tristezza, la gioia connessa alla conservazione e al perfezionamento del proprio essere, la tristezza connessa alla loro diminuzione.

In tutto ciò Spinoza non attribuisce alcun valore morale a delle grandezze che egli intende alla stregua di numeri e preposizioni geometriche, è comunque evidente che l'uomo che si lascia sopraffare dalle emozioni si allontana dalla possibilità di intendere la perfetta razionalità della realtà: l'errore consiste in questa visione inadeguata e confusa dell'idea che è propria di chi non procede secondo ragione. La schiavitù dell'uomo si rispecchia dunque in questo rimanere sopraffatto dall'idea inadeguata e confusa, mentre l'unica libertà concessagli sta nel comprendere l'intrinseca razionalità che regola ogni cosa e adeguarvisi senza opporvi un'inutile quanto dannosa resistenza. Nella contemplazione della necessità, dunque, l'uomo trova il riposo alle sue pene e l'occasione della contemplazione di Dio (poiché Dio è la necessità stessa), Spinoza chiama amore intellettuale di Dio questa contemplazione consapevole della necessità (questo passaggio dell'etica spinoziana è pressoché equivalente all'etica stoica che si adegua al fato).

La libertà per Spinoza consiste dunque nella rimozione degli ostacoli che impediscono di comprendere le regole razionali che ci determinano, la schiavitù consiste invece nell'ignoranza di queste regole.


6. La politica

Seppur nella diversità dei caratteri e dei temperamenti anche contrastanti (a motivo dell'influsso delle emozioni), la tendenza degli uomini è quella di vivere in gruppi, di organizzarsi in società. Vi è un diritto naturale che consiste nell'agire degli uomini ciascuno secondo la propria naturale necessità (e come si è visto al punto 3 ciascun uomo è in diritto di vivere secondo la propria natura necessaria), ma la natura non esclude i bassi istinti, l'odio, la discordia, la malvagità, cosicché, per uscire da questo stato che impedirebbe una civile convivenza e un reciproco rispetto, conviene all'uomo rifarsi a quella comprensione dell'intrinseca razionalità del mondo che gli permette di essere libero seppur costretto nella necessità (con riferimento al punto 5). Solo in questo modo, diversamente da quanto afferma Hobbes, "ciascun uomo è un Dio per gli altri uomini" (homo homini deus), in quanto è nella ragione che permette di comprendere il vero significato della realtà che si rispecchia la quieta perfezione di Dio: seguendo la ragione, gli uomini scoprono di essere fatti della stessa sostanza di Dio, si allontanano dai bassi istinti che li confondono e si scoprono manifestazioni della sua perfezione.

Se dunque lo stato nasce da una necessità razionale che eviti gli svantaggi della vita regolata dai soli istinti, proprio in ragione di questa razionalità i cittadini non devono trasferire allo stato il proprio diritto individuale in modo assoluto e definitivo, ne deriva che la forma di governo auspicata da Spinoza è la democrazia, l'unica in grado di garantire un controllo razionale dei cittadini sull'operato dei governanti.


7. La religione e la libertà di ricerca

Spinoza afferma che il contenuto della Bibbia non è la verità, ma è quell'insieme di regole di obbedienza che vanno a giustificare la fede. “La fede, consiste nell'avere, nei confronti di Dio, quei sentimenti tolti i quali viene tolta l'obbedienza a Dio e che sono posti necessariamente quando è posta tale obbedienza”. Tra teologia e filosofia non vi è dunque alcun rapporto e alcuna affinità, la teologia si occupa dell'obbedienza, la filosofia della verità. In sostanza, la fede contiene perlopiù quei precetti di obbedienza senza i quali non esisterebbe alcuna fede, in uno schema autoreferenziale che nulla ha a che vedere con la vera indagine naturale e filosofica.

Da questa netta separazione tra teologia e filosofia ne consegue che gli uomini devono poter essere liberi di esprimere i propri giudizi in piena autonomia, e che a maggior ragione il filosofo deve conservare la sua indipendenza. Il fine dello stato è quello di garantire ai suoi cittadini la libertà di intendere per mezzo della ragione l'ordine geometrico e necessario della realtà. A questo punto si pone però il problema di come l'uomo possa rivendicare la propria libertà dall'oppressione se anche l'oppressione è necessaria ed è nel pieno diritto quanto ogni altra cosa che accade, ed è questo il principale nodo irrisolto della filosofia spinoziana.


 

 

Scheda di Forma Mentis - ultimo aggiornamento 29-03-2008
ref. Storia della filosofia, Nicola Abbagnano - La filosofia moderna, Emanuele Severino

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