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Socrate nacque ad Atene dallo scultore Sofronisco e dalla levatrice Fenarete. Da giovane si distinse nella campagna di Potidea del 432 a.C., dove salvò Alcibiade durante una ritirata (non menzionò l'accaduto per timore di privarlo di una medaglia) e fu per breve tempo membro della bulé (il senato della città). Nel 399 a.C. venne accusato dai concittadini di empietà, ossia di non credere agli dei e di contribuire con il suo esempio a corrompere i giovani. Al processo tentò un'inutile quanto appassionata difesa (testimoniata dalla celebre Apologia di Platone), fu ritenuto colpevole e obbligato a bere la cicuta, gettando gli allievi nel più totale sconforto. Socrate non lasciò nulla di scritto (egli stesso preferiva trasmettere direttamente a voce i suoi insegnamenti), tutto quello che si sa di lui lo si deve al lavoro di uno dei suoi più affezionati discepoli, Platone, che scrisse abbondantemente sulla figura del maestro e ne fece il protagonista di molti dei suoi dialoghi. Si dice fosse brutto e trasandato nel vestire, preferiva camminare scalzo, non disdegnava alzare il gomito e fu perfino denunciato dalla moglie Santippe per negligenza dei doveri congiugali (ma Socrate, invece di difendere se stesso, prese le difese della consorte). * Sommario 2. "Conosci te stesso" ("Gnothi sauton"): in ogni uomo vi è la verità 3. La maieutica: il parto della verità 4. L'universale e il particolare 5. L'importanza del concetto: la verità è nella mente 6. Intellettualismo e volontarismo etico * La
principale preoccuazione di Socrate fu quella di cercare una sapienza
che fosse certa, una sapienza che si potesse dire autentica e vera.
Entrò in polemica con i sofisti,
i quali predicavano l'impossibilità di raggiungere una qualsiasi
verità, la filosofia sembrava infatti caduta nel gorgo di un soggettivismo
inconcludente, nell'empasse di un relativismo che non dava più
alcun appiglio. Socrate voleva invece indagare la
possibilità di una vera sapienza, una sapienza che potesse superare
lo scetticismo dei sofisti, si fece quindi interprete della volontà
di rifondare la filosofia partendo da basi certe.
Può
un uomo compiere un'azione giusta senza sapere che la sta compiendo? Può
dirsi giusto un uomo che agisce nel giusto pur senza saperlo? Non sono
domande da poco per un filosofo che vuole cercare l'esatta dimensione
della verità, e quindi della virtù. Ma come portare alla luce la verità che ogni uomo racchiude nella propria coscienza? Socrate si definiva un ostetrico di anime (maieutica="arte dell'ostetricia", il mestiere della madre), il suo compito non era tanto insegnare la verità (del resto egli "sapeva di non sapere"), quanto piuttosto quello di aiutare l'interlocutore a partorire la verità da sé, poiché ogni uomo, come si è detto, può venire a contatto con la verità nell'intimità non mediata della propria coscienza. Socrate si aggirava dunque per l'agorà apparentemente disinteressato, ma abilmente e sapientemente entrava nei discorsi delle persone e mostrava loro come gran parte delle certezze che credevano di possedere fossero in realtà fallaci o fasulle, mostrando come in realtà non sapessero ancora di non sapere. Una volta mondata la cattiva coscienza dalla presunzione di sapere, Socrate cominciava a porre all'interlocutore una domanda, e ad ogni risposta traeva spunto per porne una nuova, finché entrambi si attestavano su una verità condivisibile. Socrate
non era tanto un portatore di verità in sé, ma il portatore
di un metodo attraverso il quale favorire il raggiungimento della verità.
Attraverso la tecnica del dialogo e della dialettica, forma nella quale
erano eccellevano le stesse opere di Platone, Socrate riusciva ad ottenere
dall'interlocutore quel parto della verità che costituiva il significato
ultimo della maieutica. A motivo di tanta serafica pervicacia, a Socrate
venne dato l'appellativo di "tafano di Atene".
Il motivo primo che impedisce all'uomo di sapere con certezza è l'incapacità di stabilire in modo definitivo il significato di ciò che si vuole sapere. Il mondo materiale, in quanto numeralizzabile, è facilmente quantificabile (ci si trova d'accordo sulla forma, il peso o le misure di un oggetto), la difficoltà si presenta quando bisogna quantificare in modo certo il significato di un concetto etico, morale o estetico (ad esempio cos'è il bene e cosa il male, il giusto e l'ingiusto, il bello e il brutto). Per definire in modo certo cosa sia il bene e cosa sia la giustizia, ad esempio, occorre sempre prima domandarsi che cosa (ti esti=che cos'è) sia il bene e cosa sia la giustizia: il procedimento per raggiungere la verità dei concetti passa per la loro corretta definizione. Per
spiegare cos'è il bene, potremmo certamente fare un esempio di
una azione benevola, ma questa azione non potrà mai esprimere il
concetto di un bene assoluto, poiché rappresenta pur sempre una
sua declinazione soggettiva e contingente. Per questo
motivo Socrate riconosce che per raggiungere una verità certa occorrerà
prima di tutto definirne il concetto universale, poiché solo
il concetto può esprimere quell'assolutezza e quella perfezione
che il fatto concreto non potrai mai possedere. L'azione
particolare è infatti naturalmente legata alla soggettività
dell'individuo che la compie, mentre è chiaro come il concetto
puro può esprimere quella verità che può convenire
universalmente a tutti gli individui, indipendentemente dalla loro soggettività. Mentre
i fisici presocratici (in particolare i Milesi
e i Plualisti)
indagavano le verità sensibili (i principi della phisys),
Socrate afferma che la verità più autentica si trova
nei concetti delle cose, ovvero nell'immagine universale delle
cose contenuta nel pensiero.
Socrate
pensa che la conoscenza delle verità faccia automaticamente agire
in conformità ad essa. Un uomo che conosce il vero bene, non
può che agire benevolmente. Questa teoria è detta dell'intellettualismo
etico, poiché presuppone una conoscenza intellettuale della
verità del principio etico. Socrate non può quindi pensare
che l'uomo scelga il male pur conoscendo la verità del bene (atteggiamento
noto come volontarismo etico), nel caso un uomo agisca in questo
modo è senz'altro perché non ha vera conoscenza del bene,
poiché è allontanato dalla verità dagli istinti e
dalle passioni. L'idea di Socrate è che qualora l'uomo venisse a conoscenza del vero significato del bene non commetterebbe più alcun male: se l'uomo fosse realmente a conoscenza del vero significato del bene, avrebbe davanti a sé più chiaramente quali sarebbero le conseguenze delle azioni che sta per compiere, perché se l'uomo tende naturalmente al maggior piacere possibile, un'azione veramente giusta costituirebbe un piacere ben più stabile e duraturo rispetto a un piacere fuggevole e incerto o alla conseguenza del tutto nefasta che ne deriverebbe da un'azione ingiusta.
Socrate sa di non sapere, non conosce la verità e quindi non conosce il vero bene, pur essendo alla sua ricerca. Cosa guida Socrate nel percorso della virtù se egli stesso ammette di non sapere ancora cosa sia il vero bene? Socrate affermava di essere guidato da un demone (daimon, che per i greci è una sorta di angelo custode), da una voce divina che lo tratteneva dal compiere certe azioni (quelle ingiuste). Di fronte all'impossibilità di agire in mancanza della conoscenza del vero bene, l'uomo deve dunque affidarsi alla voce della coscienza, la quale è tanto più conforme alla verità quanto è più lontana dagli istinti e dalle passioni, i quali ottenembrano la mente allontanandola dalla verità (si veda il capitolo precedente). Infine, ciò che prova che una vita sia stata virtuosa e veramente degna di essere vissuta, è per Socrate la disponibilità dell'uomo ad avviare la ricerca sul vero significato del bene, della giustizia e della virtù: solo quando l'uomo verrà in possesso di tale conoscenza, avrà raggiunto quella verità che potrà dare agli uomini, secondo le parole dello stesso Socrate, la "salvezza della vita". |
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Scheda
di Forma Mentis - Ultimo aggiornamento 11-10-2006
Ref.: Atlante filosofico, Ubaldo Nicola - La filosofia antica, Emanuele Severino |