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Emanuele
SEVERINO

 

 

Emanuele Severino nasce a Brescia nel 1929, si laurea a Pavia con una tesi su "Heidegger e la metafisica". Diviene libero docente in filosofia teoretica nel 1951, il suo primo maestro fu Bontadini.

Nel 1962 è ordinario di filosofia morale all'Università Cattolica. Nel 1964 pubblica il saggio "Ritornare a Parmenide" che segna l'inizio della sua personale visione filosofica e provoca il suo allontanamento dalla Cattolica (lo scontro con la Chiesa sarà una costante della sua storia accademica).

Dal 1970 al 1989 insegna all'Università di Venezia, prima come ordinario di filosofia teoretica, poi come direttore del dipartimento di filosofia e teoria delle scienze. E' accademico dei Lincei e medaglia d'oro della Repubblica per i benemeriti culturali. Attualmente insegna all'Istituto San Raffaele di Milano (chiamato da Massimo Cacciari, il quale lo definisce l'unico filosofo contemporaneo in grado di confrontarsi con il pensiero di Heidegger). Scrive per il Corriere della Sera.

Al di là della sua peculiare visione filosofica (che costituisce il contenuto di questa scheda), sono da ricordare gli importanti studi di Severino su Eschilo, Leopardi, Nietzsche e Gentile, che egli considera gli autori che meglio riescono ad esprimere l'essenza di quel grande errore (o grande "follia", per usare un termine severiniano) che consiste nel nichilismo occidentale, ossia il credere che le cose siano un nulla (si vedrà in seguito che cosa significa questa affermazione).

Opere principali: Note sul problematicismo italiano (1950); La struttura originaria (1957); Studi di filosofia della prassi (1962); Essenza del nichilismo (1972); Gli abitatori del tempo (1978); Legge e caso (1979); Techne. Le radici della violenza (1979); Destino della necessità (1980); A Cesare e a Dio (1983); La strada (1983); La filosofia antica (1985); La filosofia moderna (1985); Il parricidio mancato (1985); La filosofia contemporanea (1988); Il giogo (1989); La filosofia futura (1989); Alle origini della ragione: Eschilo (1989); Antologia filosofica (1989); Il nulla e la poesia. Alla fine dell'età della tecnica. Leopardi (1990); La guerra (1992); Oltre il linguaggio (1992); Tautotes (1995); L'anello del ritorno (1999); La legna e la cenere. Discussioni sul significato dell'esistenza (2000); La gloria (2001).


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Sommario

1. L'alterazione del senso dell'essere: ritorno a Parmenide

2. L'opposizione essere-nulla

3. La negazione del divenire in Parmenide

4. Tutta la metafisica occidentale è fisica

5. L'essere è la totalità delle differenze: l'autentico senso del divenire

6. L'essere non muore ma scompare alla vista, la Gloria

7. Il tempo è il progressivo apparire degli eterni

8. La fede come violenza e prevaricazione

9. La caduta degli immutabili, il futuro della filosofia


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1. L'alterazione del senso dell'essere: ritorno a Parmenide

Nello scritto "Ritornare a Permenide", raccolto in "Essenza del nichilismo", si riflette su una frase di Parmenide che è depositaria, agli occhi di Severino, di una verità originaria dalla quale l'uomo si è via via allontanato: "l'essere è, il nulla (non-essere) non è".

Da questo assunto deriva una particolare conseguenza: essere e nulla sono opposti in senso assoluto (l'essere assoluto è opposto al nulla assoluto, non vi è nulla in comune tra i termini opposti), e il fatto che l'essere sia sempre, implica che il nulla non sia sempre. Se l'essere è, sempre, allora è impossibile che possa esistere il nulla, in quanto l'essere vi si oppone stabilmente e in eterno (in quanto il nulla non può esistere): da ciò deriva che tutto ciò che esiste è eterno, non può distruggersi e non può degradarsi, come non può scaturire dal nulla (e questo degradarsi e questo scaturire dal nulla è il senso radicale del divenire inautentico che da sempre governa l'evidenza delle cose del mondo).

La filosofia occidentale da sempre ha davanti un problema: la necessità di salvaguardare l'essere davanti all'evidenza del mutamento (il divenire), il quale, come visto, implica che l'essere, ad un certo punto del suo cammino, non sia più (se le cose mutano, infatti, esiste un momento in cui, per diventare un "altro essere", devono per forza di cose smettere di essere "un determinato essere, una determinata cosa").

E' a questo problema che Platone (si veda il punto 9 della sua scheda) risponde con l'argomento che lo porterà al "parricidio" del maestro Parmenide: per salvaguardare la possibilità del mutamento Platone afferma che ciò che muta non è l'essere assoluto, ma qualcosa che è diverso da esso. Infatti le cose del mondo, secondo Platone, sono corruttibili, mentre la proprietà dell'immutabilità attribuita all'essere assoluto spetta solo alle cose dell'Iperuranio.

Anche Aristotele procede a una confutazione del pensiero di Parmenide. Aristotele afferma che non vi è necessità che l'essere sia eterno, le cose infatti "sono fintanto che sono, mentre non sono quando non sono più". Dunque la legge di Parmenide si applica all'essere fintanto che l'essere è, quando muore o si distrugge, la legge che vuole l'essere opposto al nulla non ha più motivo di esistere, in quanto l'essere è diventato nulla.

"<L'essere che non è> quando non è, non è altro che l'essere fatto identico al nulla, <l'essere che è nulla>, il positivo che è negativo. <L'essere non è> significa precisamente che <l'essere è il nulla>, che <il positivo è il negativo>. Pensare <quando l'essere non è>, pensare cioè il tempo del suo non essere significa pensare il tempo in cui l'essere è il nulla, il tempo in cui si celebra la tresca notturno dell'essere e del nulla. Ciò che l'opposizione dell'essere e del nulla rifiuta è appunto che ci sia un tempo in cui l'essere non sia, un tempo in cui il positivo sia il negativo" (Ritornare a Parmenide, Essenza del Nichilismo).

Severino nota allora come negli argomenti di Platone e di Aristotele vi sia un errore evidente: se infatti si afferma che l'essere è, le possibilità che esso possa diventare nulla, sia per un breve periodo (nel momento in cui muta da una cosa all'altra, secondo l'argomento platonico), sia arbitrariamente, è impossibile (l'argomento aristotelico afferma che l'essere è fintanto che è, tale affermazione implica quindi un passaggio arbitrario dall'essere al nulla).

Dunque, la storia della filosofia occidentale dopo Parmenide si fonda su questo equivoco: l'essere è visto come qualcosa che può cadere nel nulla, un concetto probabilmente mutuato dalla necessità di salvaguardare l'evidenza della distruzione delle cose che appare nel mondo sensibile. Questa "facilità" con la quale l'essere è aperto alla possibilità della sua nullificazione costituisce l'essenza del nichilismo occidentale.


2. L'opposizione essere-nulla

Emanuele Severino propone il ritorno alla semplicità originaria di una affermazione, quella di Parmenide, che da millenni “è saputa e pronunciata” ma che non è più stata capita, quasi dimenticata. Dunque non si tratta di attuare una ridefinizione completa di tutto il sapere filosofico (auspicata invece da Heidegger), ma di riportare semplicemente alla luce, ridestare, l’antico significato dell’affermazione parmenidea, per cui se l’essere è il non essere non è (i due termini, opposti, si escludono a vicenda secondo il principio di non contraddizione).

Ma essere e nulla sono davvero contrapposti, ovvero escludenti a vicenda? L'essere è tutto ciò che è, al di fuori del quale non può esistere nient'altro perché tutto è racchiuso in lui (se non fosse così avrebbe al suo interno il non-essere, ovvero il nulla), l'essere si configura come positivo; il nulla è non-essere, ovvero l'assenza dell'essere, il negativo, ciò che non è. I due termini sono perfettamente contrari, si che considerare l'uno esclude necessariamente l'altro. Tale opposizione afferma anche il senso autentico e definitivo dell'essere, ovvero quello di essere "ciò che si oppone stabilmente al nulla".

In questo passo viene esposta la visione autentica dell'essere trattata da Severino, alla quale si riferisce la "tresca notturna" di cui si parla nella citazione precedente: "[...] Perché la lotta tra l'essere e il nulla non è come quella che si combatteva tra gli antichi eserciti, che di giorno guerreggiavano, mentre a notte i capi nemici bevevano insieme sotto le tende – nemici dunque quando e se fossero stati in campo. Questo poteva avvenire perché, oltre che nemici, erano anche uomini. L'essere, invece, è un tale nemico del nulla che nemmeno di notte disarma: se lo facesse, non si strapperebbe di dosso la propria armatura, ma le proprie carni." (Ritornare a Parmenide, Essenza del Nichilismo).


3. La negazione del divenire in Parmenide

"Il senso dell'essere emerge nella contrapposizione dell'essere al niente. Anche Parmenide, come Eraclito, riflette esplicitamente sull'opposizione, ma egli si rivolge all'opposizione suprema, quella dove i due opposti non hanno alcunché in comune, e cioè quella dove uno dei due opposti - il niente - non è "qualcosa" che possa venire conosciuto e intorno a cui si possa parlare, ma è l'assolutamente niente, l'assoluto non-essere che non trova luogo all'interno dei confini del tutto." (Severino, La filosofia antica)

Anche Parmenide, però, una volta affermata la verità suprema dell'essere, compie un atto che contraddice la sua affermazione: per salvaguardare l'immutabilità dell'essere, egli afferma che il mutamento al quale si assiste nel mondo sensibile non costituisce verità, e che gli enti sensibili non sono l'essere, ma soltanto 'nomi', sue determinazioni. Con questo Parmenide afferma che ogni ente sensibile è non-essere, ovvero, niente.

"Ma per Parmenide l'essere non è le differenze che si presentano nell'apparire del mondo; le molteplici determinazioni manifeste sono tutte soltanto <nomi>. Parmenide è insieme il primo responsabile del tramonto dell'essere. Poiché le differenze non sono l'essere - poiché 'rosso', 'casa', ' mare', non significano 'essere', non significano cioè 'l'energia che spinge via il nulla' -, le differenze sono non-essere, sono esse stesse il nulla, che la 'doxa' chiama con molti nomi." (Severino, Ritornare a Parmenide).


4. Tutta la metafisica occidentale è fisica

Per Severino, tutta la filosofia occidentale è in realtà una fisica. Come si arriva a questa affermazione? La metafisica dopo Parmenide è una fisica in quanto l'idea di essere dell'ontologia accoglie entro di sé quelle caratteristiche che sono peculiarità degli enti empirici: l'essere, alla pari degli enti empirici, si oppone al nulla fintanto che è, quindi si ammette che possa annientarsi come un qualsiasi ente sensibile. In realtà, sempre secondo Severino, "ciò che si manifesta è l'essere, e non la sua immagine soggettiva e 'fenomenica', che rinvii alle cose così come sono in se stesse". La sfida è dunque spiegare l'evidenza del divenire sensibile con la verità per cui l'essere è eterno.

Mentre, dunque, la metafisica tenta un accordo tra l'evidenza del divenire e la necessaria immutabilità dell'essere ponendo l'eternità aldilà delle regole del mondo sensibile (Platone), e nel tentativo di accordare queste due evidenze permette in ogni caso all'essere di non-essere, il compito della filosofia più autentica di cui si fa portatore Severino è quello di mostrare come non esistano due mondi separati, l'uno sensibile e l'altro oltre-sensibile (fisico e metafisico), ma che l'evidenza dell'essere che si mostra nel mondo diveniente si riferisce a quello stesso essere che non muta in relazione alla necessità del suo eterno persistere.


5. L'essere è la totalità delle differenze: l'autentico senso del divenire

Che cos'è, infine l'essere? La verità per cui è necessario che l'essere sia sempre in quanto non può cadere nel nulla (che non è e non può esistere), implica che non solo l'essere in sé sia eterno, ma tutti i singoli enti determinati che costituiscono una sua parte (io, voi, la tastiera del computer, il monitor, il mouse, la stanza, le finestre, tutto ciò che sta oltre di esse ed entro di esse) siano eterni, in quanto non è possibile che una singola cosa determinata possa cadere nel nulla: ogni ente è, ed essendo si oppone al nulla.

Dunque l'essere è la totalità degli enti che si oppongono al nulla in modo stabile ed eterno (eterno nel senso che sono costrette ad esistere per sempre). L'essere è quella totalità del positivo che esclude in modo permanente "tutto" il negativo e lo costringe fuori da sé. Per questo motivo la totalità dell'essere è la totalità dell'esistente, nulla può esistere fuori di esso (si è detto infatti che il non-essere non può avere la caratteristica di essere, in quanto non è).

Questo comporta che non esista alcuna differenza qualitativa tra i singoli enti, per cui non vi è bisogno di affermare un essere assoluto e immutabile (Dio), poiché tutti i singoli enti sono assoluti e immutabili. E' questa uguaglianza degli enti che porterà Severino a scontrarsi con la Chiesa, la quale, per sua stessa natura, concede esclusivamente la proprietà dell'eternità a Dio.

Il divenire degli enti, il mutare degli enti da una cosa all'altra, non implica più la distruzione dell'ente, poiché ogni ente è salvo da sempre e per sempre dalla sua nullificazione. L'essere rimane identico a sé stesso, l'essere che si manifesta nel processo diveniente è diverso dall'essere immutabile: questa è l'autentica differenza ontologica. Tuttavia questo non comporta che, per il fatto che l'essere che si mostra diveniente non sia l'essere immutabile, l'essere diveniente sia aperto alla possibilità del nulla, l'essere che si manifesta è lo stesso essere che non muta, entrambi esistono, ma in due dimensioni diverse (come il singolo fotogramma immobile di un film è lo stesso che che vediamo in movimento sullo schermo). Dunque le differenze esistono ma rimangono sempre entro il percorso necessario della loro esistenza.

"Questa differenza, che è l'autentica 'differenza ontologica', è richiesta dal fatto (ché appunto di un fatto si tratta) che 'il medesimo' sottostà a due determinazioni opposte (immutabile, diveniente), e quindi non è medesimo, ma diverso (ossia questo colore eterno non è questo colore che nasce e perisce). Agisce cioè daccapo, la legge dell'opposizione del positivo e del negativo, per la quale il negativo non è soltanto il puro nulla (Parmenide), ma è anche l'altro positivo (Platone)." (Severino, Ritornare a Parmenide).

Analogamente al discorso platonico, l'essere che diviene non è altro dall'essere in quanto nulla, è altro dall'essere in quanto diveniente, tuttavia, diversamente da Platone, Severino riporta le differenze entro l'essere, divenire e immutabile restano entro l'impossibilità di diventare nulla (mentre Platone aveva permesso che l'ente potesse distruggersi nel mondo sensibile, e quindi di cedere al nulla). Vi è quindi l'essere immutabile che lascia aperta la porta alle manifestazioni, le quali non contengono ogni parte dell'essere ma ne mostrano parti sempre diverse.

Severino invita a pensare, per spiegare la sua posizione, alla possibilità di una cosa che esiste e che improvvisamente diventa un niente. Come è possibile che una certa cosa che è, improvvisamente, divenga qualcosa che non è? Questo credere che le cose che sono possano improvvisamente non essere più, trasforma lo stesso essente in un niente. L'ente è un niente, poiché può diventare niente in qualsiasi momento. Ma è impossibile che qualcosa che è sia allo stesso tempo un niente, poiché o è l'una o è l'altra cosa (secondo il principio di non contraddizione).

Il senso greco del divenire è dunque il credere che le cose si generino dal nulla e si distruggano ritornando un nulla. Ma questo senso del divenire è una fede, non una certezza. La ragione impone di guardare al senso del divenire come un apparire e scomparire delle cose dall'orizzonte dei fenomeni.


6. "L'essere non muore ma scompare alla vista", la Gloria

"Il disfacimento del corpo non ne è l'annientamento, ma è il modo in cui il corpo si porta stabilmente al di fuori dell'apparire dell'essere. La storia è il processo del comparire e dello sparire dell'eterno. La dialettica non è l'essenza dell'essere in quanto è, ma dell'essere in quanto appare. L'essere sopporta inalterato ogni aggressione della tecnica. Non ne resta in alcun modo intaccato, ma lascia apparire gli spettacoli dell'alienazione del senso dell'essere. Il nostro tempo è ormai tutto diventato un siffatto spettacolo. E' ormai persuaso di poter giungere a un illimitato controllo della creazione e dell'annientamento dell'essere. Ogni opera del nostro tempo è compiuta sul fondamento di questa persuasione e perciò essa è un condurre nell'apparire gli spettacoli dell'alienazione." (Severino, La terra e l'essenza dell'uomo, Essenza del Nichilismo).

Ma come rispondere alla realtà diveniente delle cose, in qui tutto sembra nascere dal nulla e ritornare nel nulla? Ciò che vediamo non è un annientamento dell'essere, ma soltanto il suo sparire dall'orizzonte dei fenomeni, il modo in cui l'essere si porta al di fuori del suo apparire. La tecnica si ritiene in grado di creare dal nulla le cose e distruggerle (riportare nel nulla), mentre non è in grado di intaccare minimamente l'esistenza eterna dell'essere, tutt'al più sarà in grado di intaccarne la possibilità della sua apparizione e sparizione sul palcoscenico del mondo sensibile.

L'atteggiamento alienato dell'uomo è quindi credere che le cose possano distruggersi, in realtà nulla può distruggersi in quanto il nulla non esiste. Sarebbe come se un uomo che chiudesse gli occhi affermasse di conseguenza che il mondo non esiste più. Il fatto di non percepire più l'ente, non significa che questi si sia dissolto.

Severino propone l'esempio del sole che tramonta scomparendo alla vista. Il sole tramonta ma non si distrugge, come non si ricrea di nuovo nell'atto di sorgere il giorno dopo. L'essere è come il sole, esso si eclissa ma non si distrugge. Il senso della morte come distruzione di sé e della propria coscienza risponde alla fede che le cose possano distruggersi. In realtà è quantomeno impossibile affermare che la coscienza di sé si distrugge con la morte, visto che l'esperienza che l'uomo ha della morte è un esperienza di questo mondo. L'uomo non può affermare in base alla sola esperienza del mondo che con la morte l'anima e il corpo si distruggono, poiché egli non ha esperienza della morte. Detto questo, è chiaro come per Severino occorra dare un altro senso alla morte, non più distruzione di sé, ma eclissamento dalla dimensione umana.

Detto questo Severino si spinge anche oltre ne "La Gloria", opera nella quale espone il destino proprio di ogni essere vivente. Il destino di ogni coscienza sarebbe quello di vincere l'isolamento della terra, in cui il dolore è isolato, secondo la scansione temporale, dalla gioia. Oltre l'isolamento temporale della terra, dopo la morte, ogni singola coscienza è destinata a sperimentare il superamento del dolore e di ogni altro stato terreno.
Nella dimensione eterna che supera l'isolamento temporale della terra, ogni singola coscienza è destinata alla Gloria, ovvero al superamento e all'aumento infinito della Gioia. "La Gioia è concreta perché non è oblio del dolore, ma lo conserva integralmente, oltrepassandolo." Il portarsi oltre l'isolamento temporale della terra, in cui ogni attimo accade dopo l'altro, comporta una sorta di "coincidentia oppositorum" in cui ogni singola coscienza sperimenta contemporaneamente ogni istante e ogni stato emotivo, superando il dolore dell'isolamento.


7. Il tempo è il progressivo apparire degli eterni

L'assunto per cui non esiste il nulla e tutto è destinato ad essere sempre, in eterno, porta a scontrarsi con la normale esperienza quotidiana del tempo. In questa esperienza quotidiana il tempo sembra essere parte integrante del processo diveniente che porta ogni cosa a mutare, ad essere finita e non infinita.
In realtà la percezione ci porta a pensare che ogni cosa sia finita e determinata, non eterna, ma la percezione, similmente a ciò che scrive
Parmenide, non dice la verità alla quale si arriva per vie razionali: "la ragione, e non l'occhio, vede il vero".

La storia, il tempo, è il progressivo apparire degli eterni. Cosa significa? L'impossibilità della totalità dell'esistente di non essere, implica che tutto è eterno, non solo il passato e il presente, ma anche il futuro. Il futuro è ciò che non è ancora, ma non è in quanto nulla, non è in quanto non appare, pur essendo già. Tutto ciò che è, è stato e sarà di ogni ente è già presente nell'essere, in quanto il futuro inteso come ciò che non è, non è possibile. Non c'è cosa che possa provenire dal nulla, il futuro sarebbe il provenire di ciò che ancora non è dal nulla.

Il tempo si configura così come il progressivo apparire degli stati immutabili dell'essere, ogni istante è quindi l'apparire dell'eterno nel mondo della percezione, similmente ai fotogrammi di un film, che esistono già, nella pellicola, ma che, fatti apparire uno dopo l'altro in sequenza, creano la percezione del movimento (parimenti alla concezione zenoniana del moto). La pellicola, in questa analogia, rappresenta quindi l'essere, il film già girato ed eternamente salvo, mentre i singoli fotogrammi sono gli istanti che fluiscono nel tempo, illuminati dalla luce dell'essere.

Dunque ogni determinazione dell'essere appare nella percezione comune come finita, poiché appare e scompare dall'orizzonte dei fenomeni, in realtà esiste un attimo eterno per ogni singolo attimo che costituisce la catena del tempo, gli attimi, uno dopo l'altro, danno origine al tempo e al movimento. Esiste quindi un attimo eterno in cui siamo davanti al monitor a leggere questa scheda, esiste un attimo eterno in cui il pensiero di aver compreso la scheda esiste in eterno, esiste un altro attimo eterno in cui ci domandiamo se tale visione sia realmente valida (il senso comune è infatti molto forte in noi, abituati a concepire il tempo in un certo modo).

Curiosamente, questa visione "severininana" del tempo (già implicita nei primi scritti del filosofo) propone tesi analoghe al libro di recente pubblicazione "La fine del tempo" del fisico britannico J. Barbour. Egli riuscirebbe a dimostrare, grazie a una riflessione sul tempo nella meccanica quantistica, che esistono una serie di infiniti universi eterni per ogni attimo in cui consiste il fluire del tempo.


8. La fede come violenza e prevaricazione

"Nella nostra civiltà tutto è diventato fede. Anzi, è ridiventato fede. Gli uomini vivono nella fede da quando stanno sulla terra. "Fede" significa "fiducia". Ci si fida di qualcuno, quando non si vede e non si sa ciò che egli sa e vede. Ad esempio, quando ci fidiamo di una guida alpina non conosciamo il sentiero lungo il quale saremo da essa condotti; e quando si ha fiducia in un messaggio o in una parola non si vede ciò di cui il messaggio e parola parlano. L'aver fede è un non vedere e un non sapere. E l'apostolo Paolo dice appunto che si ha fede nelle "cose che non appaiono" (non apparentium). Il fedele può quindi ingannarsi. Anzi, è solo il fedele che può ingannarsi. (Ma, stiamo dicendo, oggi non esistono altro che fedeli.)" (E. Severino, Téchne).

Ciò in cui si ripone fiducia (ovvero il significato stesso del termine "fede"), è fonte di inganno. Quando ci si affida non si vede infatti ciò che è l'oggetto ultimo della nostra fiducia. Il verbo greco péithein (radice del latino fidem) significa infatti "persuadere" (infondere fiducia) e "ingannare".
La filosofia, così come è stata fondata dai greci, è il tentativo più importante di uscire dall'oscurità della fede e di entrare entro il percorso illuminato della conoscenza. Ciò che la filosofia vuole fare è il riportare alla luce la realtà per come si mostra, rendere evidente ciò che si manifesta. Il filosofo non vuole dare fiducia a ciò che gli rimane nascosto (come invece accade per i fedeli), il filosofo conosce ciò che si manifesta. Il termine greco sophos, che designa il "sapiente", presenta forti analogie con la parola saphés ("chiaro", "manifesto", "illuminato"). La parola greca che designa la verità (aletheia), significa letteralmente "ciò che viene privato del nascondimento" , "ciò che si manifesta" (a- come privativo e lèthe, "nascondimento").

"Come il Cristianesimo promette il Regno dei Cieli a chi ha fiducia in Cristo, così la scienza promette il Regno della Terra a chi ha fiducia nelle leggi scientifiche [...] Nella nostra civiltà tutto è ridiventato fede: la scienza, la morale, la politica, l'arte, la religione e anche l'incredulità religiosa. In nome del contenuto della sua fede, la nostra civiltà condanna la violenza. Ma la fede, in quanto tale, non è forse la forma originaria della violenza?." (Téchne).

La fede è violenza in quanto impone di credere a un certo senso della realtà piuttosto che a un altro in nome di una volontà che non trova alcun fondamento se non la stessa volontà di credere. La fede, come concetto, contiene la prevaricazione arbitraria di un certo senso che vuole imporsi sopra gli altri. Questa prevaricazione è arbitraria proprio perché non intende fondarsi su verità evidenti, poiché la fede è fiducia nelle "cose che non si mostrano". E' chiaro quindi che il concetto di fede contiene in sé il senso della violenza come prevaricazione di una volontà che intende imporsi sulle altre non in nome di una ragione, ma di una fiducia incondizionata che un giorno l'oggetto di fede possa manifestarsi.
Quando si parla di fede come violenza non si intende solamente la fede religiosa, ma anche l'incredulità religiosa (spesso gli atei non sanno dimostrare l'inesistenza di Dio), e quasi la totalità di ogni altro aspetto della realtà (in primis la fede nel senso greco del divenire).

Di seguito il concetto di fede applicato al senso del divenire:

La violenza in Severino non è "la volontà che vuole il possibile, ma deve essere la volontà che vuole l'impossibile. La violenza vuole oltrepassare il limite che è impossibile oltrepassare [...] La violenza non conosce la necessità come necessità [...] Sta di fronte alla necessità, ma la vede come contingenza." (E. Severino, Oltre il linguaggio).

Definita la violenza, si dica che l'impossibile per Severino è che l'ente divenga altro da sé, che l'ente sia altro da sé, che l'ente sia differente da sé. Quindi ogni forma di volere è volere che qualcosa sia altro da sé (sia l'uomo che fa la guerra e vuole uccidere, sia quello che vuole la pace, tutti vogliono che qualcosa sia come non è), quindi è violenza. La fede è anch'essa un volere le cose come non sono, quindi è violenza. Perché le cose non possono essere come non sono? Perchè non possono diventare altro? questo lo spiega Severino, che conclude l'eternità e la necessità di tutti gli enti, che sono e non possono essere ciò che non sono.


9. La caduta degli immutabili, il futuro della filosofia

Severino traccia anche un quadro di insieme delle vicende della filosofia alla luce del suo percorso storico secolare. E' chiaro ed evidente che in occidente si assiste a una "caduta degli immutabili", ovvero a un progressivo venir meno dell'episteme lungo il corso della storia. L'episteme (parola greca che indica "lo stare al di sopra" di un senso rispetto agli altri) era il progetto di spiegare ogni aspetto della realtà partendo da un unico principio e da un'unica verità totalizzante e immutabile (per la caduta di questo progetto si vedano i concetti contemporanei di post-moderno, differenza e pensiero debole).

Il pensiero occidentale da sempre vive la fede nel senso greco del divenire, l'occidente è quella regione del pensiero che crede che le cose nascano dal nulla e ritornino nel nulla. Questa fede crea il bisogno di un pensiero del rimedio, inteso come pensiero che difende l'uomo dalla minaccia dell'annullamento in cui consiste il divenire. La teologia, la filosofia, la scienza moderna e la tecnica, sono tutti pensieri del rimedio, ovvero forme di conoscenza strutturate che intendono porsi come argine contro la minaccia del divenire. La teologia promette un mondo ultraterreno in cui il corpo o l'anima sopravvive alla morte, la filosofia intende trovare una spiegazione al senso dell'esistenza e delle cose, la scienza e la tecnica moderne intendono accrescere la potenza degli uomini sulle cose grazie alla previsione degli eventi (la fisica, ad esempio, è un grande tentativo di imbrigliare la realtà entro leggi di previsione). Tale concetto di conoscenza come rimedio alla paura del divenire è un tema portato alla luce soprattutto da Nietzsche.

"La gigantesca vicenda in cui consiste la nostra civiltà e la cui configurazione attuale domina ormai su tutta la Terra è dunque resa possibile da ciò che i Greci hanno pensato intorno all'essere e al niente e al passaggio delle cose dall'essere al niente e dal niente all'essere. Non solo, ma la volontà di rimedio e di salvezza, che attraversa l'intera civilità occidentale, è una conseguenza della persuasione che le cose oscillano, nel divenire, tra l'essere e il niente. In questa oscillazione il divenire si presenta come l'estrema minaccia e spinge quindi alla ricerca dell'estremo rimedio (e infine alla distruzione del rimedio epistemico)." (La filosofia contemporanea).

Per Severino, l'essenza dell'occidente è la fede che le cose oscillino tra l'essere e il nulla. Era destino che la filosofia confluisse nella scienza moderna, la quale abbandona il sogno di spiegare l'intero percorso dei fenomeni affidandola ad una sola legge immutabile e insegue invece la realtà diveniente mutando le proprie leggi al mutare delle condizioni empirico-sperimentali. Questo tipo di rimedio, il rimedio della scienza, è più potente di quello proposto dalla filosofia. Nella scienza le cose possono liberamente oscillare tra una condizione di esistenza e una di annullamento, il progetto della scienza è quello di produrre leggi che prevedano e determinino i modi secondo i quali le cose si creano e si distruggono. Tale progetto insegue quindi il sogno dell'immortalità come meta ultima del dominio sulle cose e sulla nostra stessa vita. Ecco dunque che la scienza è una forma di rimedio che è in grado di mantenere ciò che si promette: allontanare concretamente il nulla.

Gli "immutabili" dovevano cadere in modo da liberare la scienza (il cui progetto si estende ormai dal campo della fisica a quello delle discipline umanistiche) dai legami che le impediscono di agire concettualmente in piena libertà attorno alla realtà: per la scienza ogni aspetto della realtà deve essere liberato da leggi immutabili che traccino un limite al suo agire, ogni cosa deve essere libera di essere manipolata secondo leggi ipotetiche e perfezionabili. Si è infatti detto che la potenza del metodo scientifico sta nel suo stesso inseguire il divenire della realtà è creare leggi scientifiche "ad hoc", in modo da adattarsi alla realtà come un "guanto malleabile". Se le condizione della realtà mutano, le leggi scientifiche si adatterebbero al mutamento.
Da sottolineare che, per Severino, a proteggere questa libertà di azione che la scienza vuole possedere attorno alle cose è proprio la filosofia contemporanea. Essa infatti predica che gli immutabili (Dio, le leggi metafisiche, le leggi morali) non possono esistere come tali. In questo modo, anche quando la filosofia contemporanea si scaglia contro il metodo scientifico, non si accorge di favorire il percorso stesso della scienza. La filosofia contemporanea, criticando alla radice l'esistenza dei concetti immutabili, fornisce alla scienza il quadro concettuale entro il quale le si dice: "vai, sei libera di agire sulle cose in piena libertà".

Oggi la scienza domina il mondo, la tecnica che è sua espressione intende produrre un'azione in conformità delle sue leggi. Nella scienza l'uomo vede l'ultima e più potente forma di rimedio contro la minaccia della distruzione, solo il metodo scientifico è in grado di produrre tecniche in grado di mantenere le cose e il corpo stesso degli uomini entro il percorso dell'esistenza. Dunque la scienza è l'ultima forma di sapere che potrà salvare l'uomo dalla paura della morte intesa come distruzione del proprio essere?

Per Severino la risposta è no. Anche se l'uomo raggiungesse (come di fatto raggiungerà) la condizione del "paradiso della scienza" in cui ogni evento può realmente essere controllato, previsto e prodotto, alla fine nell'uomo si farà largo la paura di perdere questa condizione di salvezza.
Come è possibile? Si è detto che la scienza è un sapere ipotetico, ovvero non può accettare leggi immutabili perché impedirebbero un reale controllo sugli aspetti imprevedibili (e futuri) della realtà. Se il destino del metodo scientifico è quello di non esprimere leggi immutabili ma solo leggi ipotetiche e perfettibili, allora l'uomo, una volta raggiunto il "paradiso della scienza" saprà che questa condizione potrà venire meno in qualsiasi momento, visto che non esiste alcuna legge immutabile nell'ambito del metodo scientifico che garantisca agli uomini un qualsiasi rimedio stabile alla paura della distruzione di sé.

Per Severino è solo giunti a questo punto che la filosofia, intesa come riflessione autentica sul senso del divenire, potrà dare la risposta definitiva alle paure degli uomini, liberati finalmente dal pensiero del rimedio. "Nemmeno per Nietzsche il superuomo sente il bisogno di un rimedio e di un riparo contro il divenire, Ma quanto stiamo dicendo accenna a un senso radicalmente diverso del "superuomo": ci si porta oltre l'uomo (appare ciò che da sempre noi siamo oltre il nostro esser-uomo) quando ci si libera della fede nel divenire, e quindi dall'angoscia che essa produce, e quindi dal bisogno di costruire un riparo contro di essa." (La filosofia contemporanea).

Dunque l'uomo si lascia alle spalle il pensiero del rimedio quando comprende che la paura della propria distruzione non ha alcun fondamento: l'essere non può diventare un nulla. Il destino dell'uomo è quello di accogliere eternamente dentro di sé lo spettacolo degli eventi, che sia in questa dimensione terrena o in altre dimensioni. L'uomo è obbligato dalla legge dell'essere ad esistere in eterno.

 

Si veda anche Emanuele Severino in compendio, di Stefano Paduano
(sezione contributi filosofici)

 

 

Scheda di Synt - ultimo aggiornamento 10-04-2005
(gli ultimi due paragrafi del capitolo 8 sono di Faskyo)

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