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Plotino, nato a Licopodi (in Egitto), viene comunemente considerato l'ultimo grande pensatore della tradizione filosofica greca. Dopo Plotino, il pensiero greco sopravviverà solamente attraverso la teologia cristiana, a sua volta contaminata del pensiero platonico e aristotelico. Plotino si formò filosoficamente ad Alessandria, presso la scuola neoplatonica di Ammonio Sacca. Successivamente, per meglio approfondire la conoscenza delle filosofie orientali, seguì le legioni romane in una spedizione in terra persiana. A partire dal 244 d.C. si stabilì a Roma, dove fondò una sua scuola filosofica. Qui riscosse grande successo e divenne una celebrità, si narra che persino l'Imperatore e sua moglie assistessero alle sue lezioni (molti furono gli allievi e i discepoli di Plotino, molti dei quali senatori). Ebbe quindi la possibilità di fondare in Campania una città governata dai filosofi, il cui nome doveva essere Platonopoli, ma il tentativo non andò a buon fine. Il
pensiero di Plotino è raccolto nelle Enneadi ( sei libri di nove
parti ciascuno), la raccolta organica dei suoi scritti curata dal discepolo
Porfirio di Tiro. * Sommario La filosofia di Plotino è quasi una forma di teologia, una riflessione sul significato del principio supremo che rimane a fondamento del Tutto: egli lo definisce come un qualcosa di assolutamente trascendente e aldilà della comprensione umana, e lo definisce con il termine "Uno", in quanto è prima di tutto unità di tutte le cose (Il termine più appropriato per definire il principio supremo è "Uno", poiché ne riduce le qualità allo stretto necessario. In sostanza, una teologia negativa, che ha molto in comune con la riflessione contemporanea di Karl Barth). Plotino ritiene dunque che nulla possa essere superiore alla totalità, e che ogni cosa distinta debba per forza di cose discendere da essa. L'Uno è infatti aldilà perfino dell'Essere (cioè di Dio), aldilà della sostanza e aldilà della mente. E' infatti innegabile la molteplicità del mondo materiale, dove tutte le cose sono distinte le une dalle altre, ma è altrettanto innegabile che il molteplice debba trarre la sua origine da un'unità originaria. "Tuttavia se, in quanto unità, l'Uno è privo di qualsiasi molteplicità, in quanto invece infinita energia produttrice esso non manca di nulla, non ha bisogno di alcunché di tutto ciò che da esso proviene, perché tutto è originariamente in lui nella forma dell'unità suprema." (E. Severino, La filosofia antica). Questa unità del principio supremo non coincide quindi con il monoteismo, l'Uno, infatti, racchiude in sé ogni cosa, l'Uno, come detto, è principio superiore perfino a Dio e agli dei, essendo l'Uno l'originaria unità primordiale di ogni cosa successivamente distintasi (Dio e gli dei sono già considerate da Plotino come emanazioni distinte dall'Uno). Pur avendo alcuni tratti in comune con il nascente cristianesimo (lo stesso cristianesimo ne acquisirà alcuni aspetti di fondo), il neoplatonismo si pone all'inizio in contrapposizione al pensiero cristiano. Il neoplatonismo considerava il cristianesimo una proposta minore, minata da un eccesso di "antropomorfismo" là dove voleva intendere Dio come un Essere che liberamente decide di creare il mondo per Sua stessa volontà e iniziativa. L'Uno di Plotino, diversamente, non esprime una libertà di decisione, è piuttosto quel sommo principio dal quale il mondo scaturisce per necessità. E' dal principio stesso dell'Uno che il mondo non può che scaturire, per emanazione del suo Bene, che non può rimanere conchiuso in sé, data la sua somma perfezione, ma deve "traboccare", non si può limitare. Dunque, l'Uno concepito da Plotino, non può decidere se creare o meno il mondo, l'Uno vede semplicemente il mondo crearsi attorno a sé: il mondo sgorga dall'Uno come l'acqua dalla fonte, come il calore emana dal fuoco. La perfezione dell'Uno è tale che trabocca, la sua entità assoluta non è limitabile, quindi esce dall'unità originaria e si emana, creando per ipostasi successivi livelli di realtà. Le ipostasi (="ciò che sta al di sotto", come fondamento) sono differenti livelli di emanazione (emanazioni che si concretizzano) che si distinguono per la diversa vicinanza all'unità originaria. Più l'ipostasi si allontana dalla perfezione dell'Uno, e più si troverà in basso nella gerarchia delle emanazioni. “La bellezza risplende nelle cose che sono più vicine alla perfezione: una statua è più bella di un blocco di marmo, un corpo vivo più bello di una statua...” Al vertice del processo delle emanazioni c'è l'Uno, l'unità del molteplice, dunque l'Intelletto (Nous), che si può indentificare con il Dio di Aristotele, infine l'Anima del mondo, l'ipostasi che permette alle cose materiali di animarsi. L'Anima del mondo ha parte di sé rivolta verso l'Intelletto (e con ciò pensa), una parte rivolta verso se stessa (e con ciò si conserva) e una parte rivolta verso la materia (e con ciò governa il corpo e la natura). Questa parte dell'Anima del mondo viene chiamata da Plotino Provvidenza. L'Anima del mondo anima dunque ogni cosa vivente secondo una precisa gerarchia: vi è più anima cosciente nell'uomo che negli animali, come molta meno anima vi è nelle piante e quindi nei processi naturali. Da notare che, seppur poste in successione gerarchica, le diverse ipostasi condividono la stessa “essenza” originaria: tutte sono fatte della stessa cosa dell'Uno, poiché l'emanazione è continua (similmente al calore del fuoco che si diffonde in modo continuo e ininterrotto ma scemando ugualmente di intensità). Discorso diverso per la materia, che nella scala delle emanazioni non è considerata nemmeno come ipostasi. La materia è semplicemente l'inizio del termine dell'emanazione divina, il suo gradino più basso, oltre al quale c'è non-essere, assenza di emanazione, male. La materia è destinata a non avere coscienza di sé, è infatti l'Anima del mondo che la plasma, che la rende attiva la dove è passiva. La materia, secondo la visione plotiniana, è un semplice ricettacolo di forze.
Secondo quanto detto fin qui, l'uomo è materia animata dal'Anima del mondo, la quale, a sua volta, è un'emanazione dell'Intelletto, il quale è parte dell'Uno. Gli esseri umani si trovano quindi in prossimità delle tenebre, dell'assenza di luce, in bilico tra la materia e l'ultimo lembo dell'emanazione divina. Tuttavia, l'uomo può accedere alla comprensione dell'Uno attraverso un percorso spirituale che segue a ritroso la gerarchia delle emanazioni. Primo presupposto per il ritorno all'Uno è rinchiudersi nella propria interiorità. Il saggio neoplatonico non avrà necessità di cercare la verità fuori da sé, si concentrerà invece sulla percezione dell'Anima e dell'Intelletto che sono dentro di sé, traccia di quelle emanazioni che conducono ininterrotte alla riscoperta dell'unità originaria. Ogni uomo ha dunque l'Uno in sé, poiché dell'Uno sono fatte tutte le cose. “Il saggio trae da se stesso ciò che rivela agli altri e guarda a se stesso giacché non solamente tende a unificarsi e a isolarsi dalle cose esterne, ma è rivolto a se stesso e trova in sé tutte le cose” (si notino le analogie con la riflessione stoica di Marco Aurelio). Sono cinque le tappe che portano l'uomo alla riscoperta dell'Uno che dimora nella propria interiorità, partendo dalle più lontane dalla perfezione fino ad arrivare alla perfezione dell'estasi: 1. La vita virtuosa, ovvero il rispetto dei doveri sociali, la sapienza che abitua l'uomo ad esplorare la mente, la temperanza che aiuta a liberare dalle passioni nocive (tema già stoico), il coraggio che permette di non temere il distacco dal corpo materiale (d'ostacolo alla conoscenza, come già in Platone), la giustizia che avvicina l'uomo al bene. La prima tappa è condizione di partenza imprescindibile, propedeutica al primo livello di elevazione della coscienza; 2. La contemplazione della bellezza e dell'arte. Attraverso la contemplazione del bello, l'anima già ben disposta dalla virtù, si avvicina ulteriormente alla perfezione, passo dopo passo; 3. L'amore per la persona amata, che conduce l'uomo dalla contemplazione della bellezza corporea alla contemplazione della bellezza incorporea (si notino le analogie con le tematiche platoniche del Fedro); 4. L'amore per la sapienza e per la filosofia, ritenuto superiore dell'amore per la persona amata, perché è nella sapienza filosofica che si giunge a concepire con l'intelletto la verità delle cose; 5.
Infine, la quinta tappa: la percezione dell'estasi, ovvero la pura contemplazione
dell'Uno, l'elevazione della coscienza privata di ogni distrazione materiale
che sente il legame che la congiunge all'unità originaria di tutte le
cose (condizione difficile da raggiungere, Porfirio scrive che nel periodo
in cui fu suo discepolo, Plotino raggiunse l'estasi solamente quattro
volte). Se, nella teologia cattolica, Dio vuole salvare il mondo dal male, nel neoplatonismo non vi è alcuna intenzionalità del principio divino, ed è l'uomo, attraverso la scelta di una vita condotta secondo sapienza, che si allontana dal male costituito dalla materia e si riavvicina al bene rappresentato dall'Uno abbracciando il percorso di purificazione che conduce all'estasi. "[...]
in Plotino, come in Platone ed Aristotele, l'Uno produce l'universo
non rivolgendosi a esso: non ama il mondo [similmente al Dio cristiano],
ma è amato dal mondo; quindi sono assenti le condizioni per le quali l'Uno
voglia salvare il mondo - direttamente o mediante un salvatore. L'Uno
dona ogni bene all'altro da sé, per la necessità della sua natura sovrabbondante,
come appartiene alla natura della luce illuminare le cose." (E. Severino,
La filosofia Antica).
(vedi anche il Neoplatonismo). |
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Scheda
di Forma Mentis - Ultimo aggiornamento 09-04-2007
ref. Antologia Filosofica, Ubaldo Nicola - Storia della filosofia, Nicola Abbagnano - La filosofia antica, Emanuele Severino |