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Niccolò
Per
una breve biografia consultare wikipedia.
Sommario 1. Il Principe: ovvero, del realismo politico 3. Del dosare bene pietà e crudeltà 4.
Il fine giustifica i mezzi (ma con prudenza) *
Machiavelli fu essenzialmente un filosofo della politica, la sua fama gli venne perlopiù dal “Principe”, un trattato di politica in cui espone i principi secondo i quali deve reggersi uno stato moderno, e vedremo come questi principi si allontanino di molto da quelli perlopiù pensati dai suoi predecessori, tanto da farne una figura emblematica del Rinascimento italiano. Scrupolo di Machiavelli è studiare la storia italiana per trovarvi i motivi di una ricostruzione dell'unità politica degli italiani. Una comunità politica, per Machiavelli, deve trovare in sé i suoi principi fondanti, così come la vita associata. Il ritorno ai principi è in generale la buona regola di ogni ordine politico e sociale, e quindi anche religioso: Machiavelli sostenne, ad esempio, che fu un bene per la religione cattolica ritornare ai principi francescani della povertà e dell'umiltà, laddove e quando accadde. Ma Machiavelli è anche un uomo concreto, un realista che vuole studiare la storia nel modo più oggettivo possibile, in modo da esprimerne i principi che conducono alla concordia politica e sociale, vista come bene supremo da opporre al caos, al disordine che è foriero di sventure. Per
attenersi a questa regola, per mantenere l'ordine e la concordia, un
sovrano (il Principe cui fa riferimento l'opera) può fare ricorso
ad ogni mezzo, non dovrà necessariamente derivare i suoi principi
da un ordine morale superiore (come
accadeva perlopiù durante il medioevo), quanto
applicare una politica della convenienza, secondo le necessità contingenti
che i fatti gli porranno davanti: “Negli stati, la riduzione ai principi
o si fa per accidente estrinseco o per prudenza intrinseca”.
Per tanto la politica dovrà essere “autonormativa”, ovvero derivare
la sua giustificazione non già da principi a lei esterni, superiori
e trascendenti (dio e gli dei), quanto alla semplice convenienza dell'azione:
a volte, si potrebbe rendere necessario per il sovrano l'agire con fermezza
e violenza, nel caso, ad esempio, di una rivolta di corte, ma sempre
tenendo presente il bene superiore dell'unità e della concordia da opporre
allo stato di anarchia, e comunque non eccedendo in eccessi, pena la
caduta nella più cupa e feroce tirannia autoritaria. Per Machiavelli, l'idea che una forma di stato repubblicano sia la migliore possibile è verità di fatto desunta dallo studio oggettivo (secondo ragione) della storia, una repubblica fondata sulla libertà e sui buoni costumi, come sui buoni principi (ovvero uno stato retto non già da un re o da una casta di nobili, quanto da un governo eletto dai cittadini). Ma la repubblica è un obbiettivo lontano, compito più immediato è quello di ricostruire l'unità politica e promuovere la pace e la concordia (anche attraverso l'uso dosato della forza), per questo, se serve, potrà essere legittimo allo scopo anche un semplice principato, qualora si faccia guidare dai buoni principi e non dalla tendenza alla tirannide.
Per Machiavelli, gli uomini non sono né buoni né cattivi, ma proprio per questo tendenti a perseguire il proprio interesse, e quindi potenziali traditori. "Perché degli uomini si può dire questo generalmente: che siano ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori dei pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti per te, ti offrono il sangue, la roba, la vita, i figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma quando ti si apressa, si rivoltano." (N. Machiavelli, Il Principe). Ma il governante illuminato è meglio non si faccia illusioni, meglio non riponga troppe speranze nell'uomo, meglio pensare all'uomo nel senso della sua cattiveria: “il politico, se vuole riuscire nei suoi disegni, deve fare i suoi calcoli per il caso peggiore: deve cioè presupporre che tutti gli uomini siano cattivi e che abbiano a manifestargli la loro malignità alla prossima occasione”. (Idem). Pensare quindi al caso peggiore è la regola che deve guidare l'azione di governo. Nel Principe, Machiavelli porta l'esempio di Cesare Borgia come sovrano ideale. Nonostante fosse considerato da molti un sovrano crudele, questa crudeltà permise di fatto alla Romagna di essere unita e "ridotta in pace e in fede". Questo prova come anche la crudeltà, opportunamente rivolta a un fine (il fine della pace e della concordia), possa essere un bene. Detto questo, il sovrano ideale non dovrà comunque fondare ogni sua azione sulla crudeltà (cioè non dovrà farsi “prendere la mano”), il sovrano dovrà "esser grave al credere e al muoversi, ne fare paura da se stesso; e procedere in modo temperato con prudenza e umanità, che la troppa confidenza non lo facci incauto e la troppa diffidenza non lo renda intollerabile." (Idem). Un elogio della moderazione, un'aura mediocritas di aristotelica memoria. Crudeltà e pietà sono utili entrambe alla causa del sovrano, ma poiché gli uomini agiscono per proprio interesse, sarà sempre più semplice utilizzare la crudeltà come mezzo per dirimere questioni troppo spinose. Si può constatare, infatti, che il timore delle pene rende gli uomini più inclini ad ubbidire che la semplice dimostrazione d'amore. I legami tra sudditi e sovrano si rinsaldano più facilmente con la forza piuttosto che con l'amore (ma senza esagerare). La crudeltà non dovrà essere utilizzata senza scopo, ma soprattutto non per arricchirsi, "perché gli uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. Di poi le cagioni del torre la roba non mancano mai; e, sempre colui che comincia a vivere con rapina, trova cagione di occupare quel d'altri..." (Idem). In guerra, ovviamente, la crudeltà è necessaria, ma non tanto nei confronti del nemico (che nella logica della guerra rappresenta un'ovvietà), ma piuttosto per rinsaldare il legame tra l'esercito e il suo condottiero: Annibale guidava un esercito immenso composto da popoli e generazioni diversissime tra loro, eppure non mancava la disciplina. Annibale poi non temeva di usare la crudeltà, anche come mezzo per far risaltare, per contrasto, gli atti di pietà.
Da quanto detto si evince la regola d'oro del pensiero di Machiavelli, e cioè che “il fine giustifica i mezzi”, pur tuttavia facendo attenzione a non eccedere in crudeltà gratuite, ed essere quindi molto cauti nel calcolare bene le conseguenze delle proprie azioni, perché ogni azione genera di fatto una numero incalcolabile di reazioni che, se non pensate con giudizio, possono anche condurre a uno scopo diverso da quello prefissato, quando non addirittura disastroso. |
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Scheda
di Forma Mentis - ultimo aggiornamento 08-12-2007
ref. Storia della filosofia, Nicola Abbagnano |