|
Emmanuel
Emmanuel
Levinas nasce in Lituania, a Kaunas, da famiglia ebraica. Nel 1923 la
famiglia si trasferisce a Strasburgo dove il giovane Levinas inizia
a studiare. Nel 1928 segue le lezioni di Husserl e Heidegger a Friburgo.
Nel 1930 si laurea con una tesi su La teoria dell'intuizione nella
fenomenologia in Husserl. Durante il periodo della guerra venne
fatto prigioniero e internato in un campo di concentramento fino al
1945. Nel
dopoguerra si muove negli ambienti dell'avanguardia filosofica francese
e presiede la direzione della Scuola Normale Israelita Orientale.
Nel 1957 inizia un'opera di lettura e commento del Talmud. Nel 1961
insegna all'Università di Poitiers, nel 1967 passa all'Università
di Parigi-Nanterre, poi, nel 1973, alla Sorbona. Opere principali: Dall'esistenza all'esistente (1947); Il tempo e l'altro (1949); Alla scoperta dell'esistenza con Husserl e Heidegger (1949); Difficile libertà: saggio sul giudaismo (1963); Quattro letture talmudiche (1968); Umanismo dell'altro uomo (1972); Altrimenti che essere (1974); Nomi propri (1976); Dal sacro al santo (1967); Di Dio che viene all'idea (1982); Etica e infinito (1982). * Sommario 1. L'essere come prevaricazione
Al
centro dell'impianto filosofico di Levinas c'è l'affermazione
che l'essere concepito dalla tradizione ontologica occidentale,
l'essere che è totalità e riempie ogni spazio possibile
poiché resta immutabile e eternamente fermo (l'essere parmenideo,
per intenderci) è prevaricazione sulle differenze. Questo
essere che riempe ogni spazio, oltre il quale non sembra possibile andare,
è all'origine della negazione dell'Altro, la negazione di ogni
possibilità diversa da sé. Ma è proprio nella
negazione di ogni possibile differenza e alterità, dice Levinas,
che risiede l'origine del senso del male in quanto sopraffazione, egoismo
e violenza. L'essere
secondo la definizione greco-parmenidea è un concetto neutro,
generale, a-personale. In questo senso dell'essere vi è racchiusa
la pretesa di poter definire e raccogliere sotto un unico genere tutta
la gamma di differenze che si manifestano, assoggettandole ad un'unica
legge razionale. Ma l'essere che veramente ha
un senso non è questo essere generale e a-personale, ma l'esserci
concreto dell'uomo e delle cose (analogie con il pensiero di
Heidegger).
Ecco dunque che l'essere delle cose non è
una categoria generale e omnicomprensiva ma è l'esistenza stessa
degli esseri diversi, isolati l'uno dall'altro. La caratteristica
propria degli esseri è la loro differenza e la loro distinzione
gli uni dagli altri. Da questo preambolo ontologico Levinas fa derivare i fondamenti di una nuova etica. Se la caratteristica saliente dell'essere della tradizione filosofica è quella di negare l'alterità (negare la differenza irriducibile tra ente e altro ente), allora l'etica umana può ora finalmente muovere da orizzonti rinnovati rivolgendosi al rispetto dell'alterità di ogni essente e non già al conformarsi a un fondamento unico e immutabile (Levinas chiama questo atteggiamento ossessione dell'essere). Prendendo
coscienza che gli altri individui sono qualcosa di totalmente altro
rispetto al nostro essere possiamo definire il senso di una nuova etica:
io non posso assimilare l'Altro a me, l'Altro
(ovvero l'individuo diverso e distinto da me) è inaccessibile
al mio sentire, perché io non sento e non vivo la sua vita. L'Altro
rimane allora sempre distinto dal mio essere, rimane qualcosa
di inaccessibile e misterioso che si svela solamente attraverso la comunicazione
interpersonale. Levinas
afferma dunque che l'etica dell'Altro da sé muove dalla consapevolezza
che ogni individualità deve rispettare la differenza dell'altro,
differenza che è mistero incommensurabile, in quanto nulla
possiamo sapere degli altri. Ciò che crediamo di sapere degli
altri è solo una nostra immagine degli altri, in realtà
gli altri sono inaccessibili alla nostra vera conoscenza. Dunque pensare a una essenza che accomuna tutti gli uomini nasconde la radice della violenza: in questo senso delle cose l'uomo crede realmente di poter possedere una parte dell'altro in quanto vi è in comune qualcosa di essenziale. In realtà, spiega Levinas, non vi è essenza che possa unire i singoli essenti isolati l'uno dall'altro, per cui l'etica che deve guidare i rapporti tra gli uomini si fonda necessariamente sul riconoscimento di questa differenza incommensurabile tra gli enti e sulla responsabilità che ogni singolo uomo contrae verso il mistero inaccessibile dell'Altro (il mistero costituito dagli altri individui, inaccessibili alla nostra vera conoscenza). In questa visione filosofica dove si pone la figura del divino? Levinas è un filosofo ebreo che ha studiato e commentato il Talmud, ponendosi in una prospettiva quasi teologica. Rimanendo influenzato dal clima culturale della tradizione ebraica, Levinas afferma che la fede in Dio è il desiderio mai appagato di infinito. Il divino non si mostra, è silente anche davanti alla tragedia (Levinas ha vissuto l'epoca dell'olocausto), tuttavia vi è una traccia del divino nel desiderio di Dio, il desiderio dell'infinito, dell'assolutamente Altro inaccessibile all'essere individuale dell'uomo. "Nessun viaggio, nessun cambiamento di clima o di sfondo" - così egli scrive nella maggiore delle sue opere, Totalità e infinito - sarebbero in grado di soddisfare il "Desiderio". Dio è "assolutamente scomparso, assolutamente passato", un passato assolutamente immemorabile, le cui "tracce", nelle quali soltanto l'uomo può imbattersi, sono unicamente quelle di un misterioso viandante che ha voluto cancellare le proprie tracce e che quindi "non ha voluto dire e non ha voluto fare nulla con le tracce che lascia". (E. Severino, La legna e la cenere). (questi temi saranno importanti per lo sviluppo del pensiero di Derrida, soprattutto per i concetti di differànce e di traccia dell'essere). Dunque Dio è il Desiderabile, pur non mostrandosi all'uomo Egli è l'oggetto del suo desiderio. Ma questo desiderio non si fonda su una vana volontà di desiderare, il desiderio viene suscitato dal Desiderabile, ovvero il moto dell'animo che porta l'uomo a desiderare l'infinito altro da sé è suscitato al fondo dalla presenza del divino, che è assolutamente altro rispetto all'uomo. Dio esiste, ma non si mostra, e pur non mostrandosi suscita il desiderio di Sé negli uomini (la fede). Solo
attuando questo moto dell'animo, solo desiderando l'infinito altro da
sé, l'uomo può spezzare la catena dell'essere come totalità.
Entro questo senso prevaricante l'uomo è costretto a ritornare
entro l'essere, a non riconoscere la diversità e la differenza
irriducibile. Ma quando l'uomo finalmente comprende la verità
della differenza ontologica di ciascun ente dall'altro (e la verità
suprema che si compie nella diversità assoluta del divino rispetto
all'uomo), allora l'uomo è in grado di porsi in viaggio verso
l'infinito, in un moto che mai si esaurisce verso la presenza infinitamente
distante ma infinitamente desiderata di Dio.
|
|
Scheda
di Synt - ultimo aggiornamento 25-04-2005
|