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Leibniz

Gottfried
LEIBNIZ

(1646-1716)

 


Gottfried Leibniz nacque a Lipsia, si formò come autodidatta sui testi della biblioteca del padre, professore universitario di diritto (le sue precoci doti di apprendimento gli permisero di imparare da solo il latino). Studiò dunque filosofia a Lipsia e a Jena matematica e giurisprudenza, nel 1664 ottenne l'abilitazione all'insegnamento e nel 1666 divenne docente di filosofia, lo stesso anno si laureò in legge.

Leibniz decise per la carriera politica, e il suo progetto di promuovere la diffusione di una scienza universale ed enciclopedica (una repubblica delle scienze) lo fece viaggiare molto da una capitale europea all'altra. Nel 1670 ottenne la carica di consigliere presso la cancelleria dell'elettore di Magonza, nel 1676 divenne bibliotecario del duca di Hannover. In Olanda conobbe Spinoza con il quale ebbe lunghe discussioni, mentre dai contatti con lo zar di Russia, Pietro il Grande, prese vita il progetto dell'Accademia di Pietroburgo. Nel 1700 fonderà l'Accademia scientifica di Berlino (che divenne l'Accademia Prussiana).

Leibniz rimase tutta la vita al servizio dei duchi di Hannover, prima come bibliotecario, poi come storiografo ufficiale, divenendo il difensore teorico della loro politica. Gli Hannover erano cattolici, e la possibilità che si trovassero a regnare su un paese protestante spinse Leibniz a promuovere una riunificazione tra le due chiese, ma il tentativo fallì.

Gli ultimi anni furono i più duri: in seguito alla morte delle sue protettrici, la regina Sofia Carlotta e la figlia, gli fu impedito di abbandonare Hannover, mentre il duca nel frattempo veniva incoronato re d'Inghilterra (1714). Morì dunque dimenticato nel 1716, sconosciuto anche il luogo in cui fu sepolto.

Leibniz contese la paternità del calcolo infinitesimale a Isaac Newton, il quale pare lo avesse già scoperto una decina di anni prima di lui. Tuttavia sembra che Leibniz arrivò alle stesse conclusioni in modo autonomo già nel 1676 pur rendendo pubblici i risultati solamente otto anni più tardi (trattò comunque il calcolo infinitesimale in modo da garantirgli una maggiore applicabilità pratica). (lo stesso duca di Hannover, una volta diventato re degli inglesi, preferì dare il merito della scoperta a Newton per ingraziarsi la corte).


Opere principali: L'arte combinatoria (1666); Discorso di metafisica (1686); Sistema nuovo della natura (1695); Nuovi saggi sull'intelletto umano (1705); Saggi di teodicea (1710); Principi della natura e della grazia fondati sulla ragione (1714); La Monadologia (1714).

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Sommario

1. Contro il meccanicismo, la rivalutazione del finalismo

2. Tutto è percezione

3. Le monadi

4. Le piccole percezioni

5. L'armonia prestabilita

6. Il migliore dei mondi possibili

7. L'esistenza di Dio nel principio di ragione sufficiente

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1. Contro il meccanicismo, la rivalutazione del finalismo

Il pensiero filosofico di Leibniz parte dalla critica del meccanicismo cartesiano e dell'antifinalismo spinoziano. Leibniz intende mostrare come le sole cause efficienti e la sola necessità immanente non possono spiegare quel principio vitale che anima gli esseri viventi e che è presente in ogni organismo biologico. Per i meccanicisti e per gli antifinalisti il mondo è un grande congegno meccanico che risponde a rigorose leggi di necessità deterministiche, spiegarne il funzionamento equivale a spiegarne il senso. Leibniz mostra come le sole cause efficienti e meccaniche possono spiegare certamente il come delle cose, ma non il loro perché.

Nel Discorso di Metafisica, Leibniz riassume la sua posizione con una celebre battuta: "[...] io consiglio di allontanarsi dalle frasi di certi spiriti forti [i meccanicisti], secondo cui vediamo perché abbiamo occhi, senza che gli occhi siano stati fatti per vedere". Un altro esempio di Leibniz: non basta spiegare il funzionamento di un cannone per spiegare i motivi di una vittoria in battaglia.

Leibniz accetta dunque senz'altro il determinismo delle leggi della fisica e della matematica, e ne accetta ovviamente il valore conoscitivo, ma si impegnerà ad affiancare alle "semplici" spiegazioni funzionali altre spiegazioni che considererà più profonde e più significative.


2. Tutto è percezione

Il problema dell'azione del principio vitale sugli organismi è legato a quello cartesiano del rapporto che sussiste tra res cogitans e res extensa. Dalla netta distinzione cartesiana tra il corpo e la mente ne deriva l'impossibilità di trovare il legame tra un movimento del corpo e l'idea che è alla sua origine. Come può dunque l'idea di un movimento trasmettersi al corpo se pensiero e materia sono due sostanze nettamente distinte?

Come si è visto, Cartesio attribuiva alla ghiandola pineale la funzione di unire le due sostanze in modo che comunicassero reciprocamente tra loro, ma la spiegazione non può soddisfare Leibniz, il quale risolve la questione affermando che il mondo è il prodotto di una serie di rappresentazioni della coscienza, di percezioni, per cui il pensiero e la materia sono rispettivamente percezione del pensiero e percezione della materia.


3. Le monadi

Verso il 1696 Leibniz introduce il concetto di "monade". Non è dunque l'atomo ad essere la particella minima e indivisibile della realtà, a Leibniz appare impensabile che una cosa si possa dividere un numero finito di volte (c'è sempre il calcolo infinitesimale a testimoniare la natura infinita della divisibilità), la particella minima della realtà è invece la monade, che non è una particella materiale, ma è una particella “spirituale”, un atomo di percezione.

Diversamente dall'atomo materiale, la monade è inestesa e quindi infinita, la sua indivisibilità non è dunque di carattere materiale, ma spirituale: la monade è indivisibile nel senso che ogni monade rappresenta la parte unitaria, minima e più semplice della percezione (rappresenta in sostanza l'atto puro di una determinata percezione). La realtà nel suo complesso è costituita da un'insieme di monadi, tante piccole unità minime della percezione, una monade per ciascuna manifestazione minima della realtà che giunge alla coscienza.

"Ma il concetto di un corpo non divisibile è per Leibniz contraddittorio. La divisione, allora, è infinita; ma il suo risultato non è lo zero, il niente, solo si abbandona il presupposto materialistico e si ammette che i "veri" atomi della realtà non sono realtà materiali, ma quella realtà immateriale che è costituita dalle "forze rappresentative", cioè dalle monadi. La monade è quindi il "limite" (nel senso che questo termine possiede all'interno del calcolo infinitesimale, che ha appunto Leibniz, assieme a Newton, il suo scopritore) della divisione infinita dell'esteso" (E. Severino, La filosofia moderna).

La monade è dunque la rappresentazione assoluta di un determinato punto di vista dell'universo, così come è percepito e rappresentato dalla mente, nessuna rappresentazione esterna può entrarvi perché ogni monade è compiuta in sé (indivisibile nel suo valore "percettivo"). Leibniz scrisse infatti che "la monade non ha finestre" dalle quali possano uscire o entrare altre cose a piacere, ogni monade è già rappresentazione compiuta, è nella natura stessa della sua definizione. Tuttavia le monadi possono comunicare tra loro, perché da una monade possa scaturirne un'altra, nel gioco infinito delle percezioni coscienti.

Questo ribollire di percezioni, questo flusso vitale, caotico e imprevedibile di monadi che appaiono e scompaiono alla coscienza è sorretto dall'infinita onnipotenza divina, Dio rende alle monadi i loro significati, che sono anche i loro scopi. Ogni monade infatti appetisce, cioè "desidera", tende sempre alla realizzazione del suo fine.


4. Le piccole percezioni

Dal modo in cui Leibniz concepisce le monadi ne deriva l'attenzione per un tipo di percezioni che fino ad allora nessuno aveva preso in considerazione. Leibniz affermava che le singole monadi, i singoli atomi di sostanza spirituale, percepiscono il mondo da loro punto di vista assoluto, qualcuno obiettava che il carattere della percezione consapevole spetta solo all'uomo preso nella sua totalità, perfettamente calato nell'attenta coscienza degli eventi. Ma Leibniz ribatte che il carattere della consapevolezza non è un fattore necessario alla percezione dei fenomeni, vi sono anzi moltissime percezioni che giungono alla coscienza senza che ce ne rendiamo conto. Questo tipo di percezioni non avvertibili immediatamente ma che influiscono comunque sugli organi di senso sono chiamate da Leibniz "piccole percezioni" (la moderna psicologia le chiamerebbe "percezioni inconsce").

Leibniz polemizzò infatti con Locke, il quale affermava che la tabula rasa della coscienza si riempie di nozioni proprio in ragione dell'esperienza consapevole, e quindi di ogni ben distinta percezione esterna alla mente. Ma Leibniz farà notare che occorre tener presenti anche con le percezioni inconsce, e porta l'esempio del suono che può svegliare il dormiente anche se immerso nel sonno privo di coscienza, come anche il caso in cui la soglia dell'udibilità dipende dall'attenzione prestata, come per tutti quei rumori ai quali ci siamo assuefatti e abituati, quei rumori che pur essendo presenti non sembrano ugualmente essere percepiti.

"Queste piccole percezioni, per le loro conseguenze, sono dunque di un'efficacia maggiore di ciò che si pensi. Sono esse che formano quel non so che, quei gusti, quelle immagini delle qualità dei sensi, quelle impressioni che i corpi esterni fanno su di noi e che racchiudono l'infinito, quei legami che ciascun essere ha con tutto il resto dell'universo" (Nuovi saggi sull'intelletto umano).


5. L'armonia prestabilita

Rimane da chiarire il vero rapporto che lega lo spirito alla materia, l'anima al corpo. Leibniz usa l'esempio di due orologi a pendolo "di diversa struttura, che si incontrerebbero sempre esattamente nel segnare la stessa ora nel medesimo istante". In altre parole vi è da chiarire il motivo per cui al pensiero di alzare un braccio, corrisponde effettivamente l'azione del braccio alzato. Leibniz esclude che sussista un qualsiasi rapporto diretto tra mente e corpo, tra monade e materia (cioè tra monade riferita alla percezione individuale e le altre monadi "esterne" a tale percezione), per cui considera le due dimensioni alla stregua di orologi che abbisognano di sincronizzazione. Questa può avvenire in tre modi:

1. Collegando direttamente i due pendoli ("collegandoli in modo che siano costretti a oscillare contemporaneamente"), ma abbiamo visto che per Leibniz il collegamento diretto tra anima e corpo è inesplicabile, tanto da poterlo escludere;

2. Avendo cura di regolarli continuamente uno sull'altro ("incaricando un uomo di regolarli l'uno sull'altro"). In questo caso Dio si incaricherebbe di far corrispondere ad ogni singola idea dell'azione la singola azione corrispondente, ma sarebbe un progetto troppo complesso, per usare le parole dello stesso Leibniz "un miracolo continuo poco conforme alla saggezza divina e all'ordine delle cose";

3. Costruendo i pendoli fin dal principio in modo che segnino sempre la medesima ora esatta ("costruendoli fin da principio così esatti e così buoni, che possano andar d'accordo in virtù della loro struttura"). Dio avrebbe dunque programmato fin dal principio ogni corpo e ogni spirito in modo che da essere tra loro impeccabilmente armonizzati, questa è l'opzione che Leibniz considera più degna della grandezza di Dio, la teoria dell'armonia prestabilita. (in sostanza si tratta di un'armonia prestabilita che si crea tra le monadi che rappresentano l'idea di alzare il braccio e quelle che rappresentano il braccio che si alza).


6. Il migliore dei mondi possibili

Dunque tutto il complesso sistema delle monadi si poggia sull'onnipotenza divina, che è anche assoluta potenza e libertà creativa, senza limiti, infinitamente buona.

"si deve dire che Dio non è affatto necessitato, metafisicamente parlando, alla creazione del mondo". (Teodicea).

E' quindi da escludere l'ipotesi che Dio sia stato costretto da un principio vincolante a lui superiore a creare il mondo "per difetto", contravverrebbe alla sua onnipotenza, come è da escludere che, tra le infinite possibilità a sua disposizione, Dio abbia scelto volutamente di creare un mondo imperfetto, questo contravverrebbe alla sua saggezza e alla sua bontà. Se ne deduce che questo nostro mondo è il migliore dei mondi possibili.

E dunque se questo è il migliore dei mondi possibili (Dio ha creato il mondo perché contenesse tutto il bene possibile), il male in sé non può esistere (come già sosteneva Agostino). Tutto il male e tutto il conflitto presente nel mondo è da riconsiderare nell'ottica del funzionamento generale dell'universo, funzionamento in sé impeccabile, perché voluto da Dio, il quale tra tutti i mondi possibili ha voluto creare quello più perfetto. In realtà Leibniz sostiene che pur non essendo necessitato da alcun principio metafisico, Dio, nella sua azione volta al massimo della bontà possibile, è comunque necessitato da un principio di ordine morale.

"Peraltro Dio è obbligato da una necessità morale a far le cose in modo che nulla di meglio sia possibile: altrimenti, non solo altri avrebbero ragione di criticare ciò che Dio fa, ma lui stesso non potrebbe essere soddisfatto della propria opera, e se ne rimprovererebbe l'imperfezione; cosa che contrasta con la suprema felicità della natura". (Teodicea).

Questo ottimismo metafisico verrà poi ridicolizzato da Voltaire nel Candido, in cui la figura di Pangloss è in sostanza la parodia di Leibniz.


7. L'esistenza di Dio nel principio di ragione sufficiente

Per provare l'esistenza di Dio, Leibniz si avvale, come già Cartesio e Spinoza, dell'argomento ontologico, per cui nella definizione stessa del Dio assolutamente perfetto e che racchiude in sé ogni qualità al suo massimo, non vi può che essere anche la qualità della vera esistenza. Ma questa è una prova "a priori", cioè che viene prima dell'esperienza, che muove dall'idea stessa di Dio per giungere alla giustificazione del mondo sensibile.

Leibniz vorrà fornire anche una prova "a posteriori", cioè che muove dall'esistenza accertata degli enti sensibili per giungere all'affermazione dell'esistenza di Dio. Questa prova "a posteriori" si poggia sul cosiddetto "principio di ragione sufficiente": nessuna cosa può essere vera ed esistente senza che vi sia una ragione sufficiente che la fa essere così e non in un altro modo. In altre parole, l'esistenza contingente di un ente non può essere completamente casuale, se una cosa possibile si è realizzata in atto significa che dietro vi è comunque qualcosa che ha reso possibile la sua esistenza "realizzata", e questo qualcosa Leibniz lo identifica con Dio, che è suprema sostanza del mondo (suprema monade).

Vi sono due tipi di verità: le verità di ragione e le verità di fatto. Le prime sono le verità che si fondano sulla pura ragione speculativa (tipiche delle conoscenze geometriche e matematiche), le verità di fatto sono quelle che si riferiscono alle verità contingenti, cioè all'esistenza reale di un ente che esiste in un certo modo ma che sarebbe potuto esistere diversamente. Per Leibniz il principio di ragione sufficiente è applicabile ad entrambe le verità, ma la prova a posteriori si fonda sulla sua applicazione alle verità di fatto: una cosa, un ente, esiste in un certo modo e non in un altro perché così gli è stato permesso da Dio, che è la ragione sufficiente di ogni cosa.

Se dunque per Spinoza le verità contingenti sono in sostanza un inganno della conoscenza (per Spinoza ogni cosa accade in un certo modo non essendo possibile che accada altrimenti), per Leibniz ogni cosa che accade è il frutto di una contingenza, cioè la conseguenza di un atto libero della volontà divina (Dio non determina le verità di fatto necessariamente, ma liberamente): ecco dunque ristabilito il senso di quel finalismo che Spinoza aveva negato ma che per Leibniz costituisce il significato ultimo dell'intera realtà.



 

Scheda di Forma Mentis - ultimo aggiornamento 12-04-2008
ref. Antologia di filosofia, Ubaldo Nicola - Storia della filosofia, Nicola Abbagnano -
La filosofia moderna, Emanuele Severino

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