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Thomas
Thomas
Hobbes
nacque a Malmesbury, nel Wiltshire, in Inghilterra, egli stesso racconterà
di essere nato prematuro a causa del terrore patito dalla madre alla
notizia del sopraggiungere dell'Invincibile Armada di Filippo II, Hobbes
si definiva dunque un "figlio della paura". Fin da giovane
dimostrò una particolare predilezione per gli studi classici
(si narra che tradusse la Medea di Euripide all'età di 15 anni, ma la
passione per i classici lo porterà ad apprezzare e a tradurre
anche Tucidide). Gli studi presso la Magdalen Hall di Oxford lo lasciarono
deluso, divenne quindi tutore di un giovane conte, William Cavendish,
e assieme intrapresero un grand tour che permise ad Hobbes di venire
in contatto con gli ambienti scientifici e filosofici europei (in
Italia incontrò Galileo, in Francia ebbe contatti con i circoli cartesiani
e divenne amico dell'astronomo Gassendi). Stabilitosi a Parigi, Hobbes
si dedicò alla stesura del De Cive. Nel 1647 cadde preda di una serie di malattie che lo costrinsero per mesi tra la vita e la morte, ripresosi, si dedicherà agli studi letterari. Nel 1657 pubblicò la sua opera più importante, e forse quella che gli procurò più grane: il Leviatano. La dura critica al potere ecclesiastico gli inimicò gli ambienti dei realisti inglesi in esilio (rappresentanti della chiesa anglicana) e lo stesso ambiente cattolico francese, tanto che Hobbes cominciò a temere per la sua incolumità: fuggì dunque in Inghilterra e si rivolse al governo rivoluzionario per ottenere protezione, qui si ritirò a vita privata e intraprese una serie di polemiche di carattere teologico (con il vescovo Bramhall) e matematico-scientifico (con John Wallis, professore di geometria). Alla restaurazione della monarchia, il giovane re Carlo si ricordò del suo precettore e lo chiamò a corte, fornendogli protezione dalle accuse di ateismo e un vitalizio in denaro. I suoi ultimi lavori sono una traduzione dell'Odissea in inglese arcaico e la traduzione completa dell'Iliade. Opere principali: Obiezioni alle meditazioni metafisiche di Cartesio (1641); Del cittadino (De cive, 1642); Leviatano (1657); Del corpo (De corpore, 1655); Dell'uomo (De homine, 1658).
Sommario 1. Il rifiuto della metafisica, il materialismo assoluto 3. Stato di natura: homo homini lupus 4. Lo stato assoluto: il Leviatano *
Il sistema filosofico di Hobbes è volto a giustificare il carattere eminentemente pratico-politico della sua speculazione, Hobbes sostiene l'esigenza di una conoscenza puramente razionale, che escluda dalle questioni filosofiche ogni "favola" metafisica che non ha riscontro nella realtà empirica. A suo avviso, le costruzioni astratte della metafisica finiscono per rendere l'uomo schiavo di precetti che gli sono infusi dal cielo, permettendo alle autorità ecclesiastiche di ergersi al di sopra delle stesse leggi civili degli uomini. Per eliminare la tentazione di assumere come principi di condotta civile e morale delle leggi metafisiche indimostrabili scientificamente, Hobbes afferma che i corpi sono i soli oggetti possibili della ragione. Non esiste conoscenza più certa dell'apparire (del manifestarsi) dei corpi e del loro movimento. Per "corpo" si intende ogni ente esistente concretamente, fisicamente. Il mondo naturale, la fisica dei corpi, viene dunque assunto come solo ambito possibile di vera ricerca scientifica e filosofica. Ogni evento è da ricondurre quindi ad una concatenazione necessaria di cause ed effetti che si susseguono meccanicisticamente. Le sensazioni stesse non sono incorporee, ma sono il frutto dell'interazione del movimento dei corpi esterni con i nostri organi di senso (corporei per definizione). Dunque, l'unico tipo di movimento che deve essere preso in considerazione è quello esprimibile in termini quantitativi. Nemmeno il pensiero è dunque incorporeo, come anche l'anima non può esserlo, Hobbes arriverà ad affermare (nel corso della polemica con Bramhall) che attribuire a Dio il carattere dell'incorporeità è come dire che Dio non esiste. Dunque l'unico modello conoscitivo che può garantire la vera conoscenza è quello proprio di Galileo: i suoi studi sulla dinamica dei corpi rendono possibile decifrare in modo eminentemente scientifico le leggi che regolano i movimenti e le loro cause, quindi anche i motivi di quel particolare tipo di sensazioni corporee che sono i pensieri. Per Hobbes la principale qualità dell'uomo è la ragione. Ma diversamente da Cartesio, il quale considerava la regione come un attributo peculiarmente umano, Hobbes sostiene che la ragione è una funzione comune anche al mondo animale. La ragione è sostanzialmente previsione, ovvero valutazione del futuro sulla base dell'esperienza passata. E se questa funzione è presente anche negli animali, a livelli inferiori, è comunque nell'uomo che la ragione è in grado di comprendere tutte le possibili cause e tutte le possibili conseguenze di un'azione, ed approntare i mezzi più appropriati in vista del fine. Ma la ragione necessita di un linguaggio, ossia di un sistema di segni ai quali vengono attribuiti dei significati arbitrari ma comunque condivisi. Nell'universo esclusivamente materialista e meccanicista di Hobbes non vi è spazio per alcuna idea innata (come invece per Cartesio), per cui le idee non provengono "da altro" rispetto all'esperienza, ma rappresentano l'immagine delle cose concrete, alle quali il linguaggio attribuisce una certa parola per convenzione linguistica. Le parole in sé non hanno dunque alcuna provenienza magica, non vi è alcuna necessità metafisica che abbia determinato il nome di un ente, le parole sono semplici segni per indicare delle cose (si può dunque parlare di un Hobbes nominalista: i termini linguistici non possiedono una loro propria esistenza ma rappresentano solo i nomi delle cose). Gli attuali programmatori considerano Hobbes come un loro lontano progenitore. E infatti nelle intenzioni di Hobbes ridurre le operazioni mentali a puro calcolo aritmetico. Una volta ridotto il linguaggio a un sistema di segni, è possibile trattare i termini alla stregua di numeri: un'addizione rappresenta un'affermazione, una sottrazione una negazione, più addizioni una catena di deduzioni le quali portano a una dimostrazione. "Gli
scrittori di politica addizionano insieme le pattuizioni per
trovare i doveri degli uomini, e i giuristi, le leggi e i fatti
per trovare ciò che è cosa retta e ciò che è
torto nelle azioni dei privati. Insomma in qualsiasi materia in cui
c'è posto per l'addizione e la sottrazione, ivi
c'è posto per la ragione; e dove queste non trovano posto,
ivi la ragione non ha niente a che fare."
Detto questo, Hobbes formula la sua teoria politica partendo dalla considerazione attorno stato di natura degli uomini. Per "stato di natura" si intende quello stato in cui gli uomini si trovano prima di prendere la decisione di formare una società (è quindi uno stato ipotetico se pensiamo che la società nasce automaticamente in presenza di più individui). Hobbes afferma che la condizione naturale dell'uomo è l'anarchia, lo stato di guerra derivante dall'assenza delle leggi, gli uomini non sono individui naturalmente sociali, al contrario sono egoisti e tendono a perseguire ciascuno i propri interessi a scapito di quelli degli altri, per cui lo stato di natura si risolverebbe in una "guerra di tutti contro tutti" (bellum omnium contra omnes), una condizione in cui "ciascun uomo è lupo per gli altri uomini" (homo homini lupus). Questa condizione non garantisce nemmeno l'incolumità fisica, perché in assenza di leggi ognuno ha diritto su tutto, compresa la vita degli altri.
Per ovviare a questo stato di guerra senza quartiere, la ragione naturale dell'uomo corre ai ripari e comprende quali sono i mezzi da approntare in vista di quel fine ultimo che è la civile convivenza. Gli uomini decidono dunque razionalmente di cedere i propri diritti sugli altri uomini a un unico uomo (il sovrano) o ad una assemblea. "La sola via per erigere un potere comune che possa essere in grado di difendere gli uomini dall'aggressione straniera e dalle ingiurie reciproche, e con ciò assicurarli in modo tale che la propria industria e con in frutti della terra possano nutrirsi e vivere soddisfatti, è quella di conferire tutti i loro poteri e tutta la loro forza a un uomo o a un'assemblea di uomini che possa ridurre tutte le loro volontà, per mezzo della pluralità delle voci, a una volontà sola." (Leviatano). La "volontà sola" dello stato diviene dunque quel principio che serve da argine alla guerra di tutti contro tutti: lo stato si assume il compito di mantenere la pace, preparando il terreno alla prosperità e alla concordia. Ma lo stato di Hobbes finisce per assumere i caratteri dello stato assoluto: il contratto stipulato dagli uomini non è un contratto stipulato "tra" gli uomini, ma tra lo stato e tutti gli uomini, cosicché lo stato non è tanto il garante di ogni singolo diritto, quanto la somma di tutti i diritti degli uomini. Lo stato diviene dunque una "persona", un "superorganismo", un "dio mortale" dotato di un potere enorme che è la somma di tutti i singoli poteri. E in particolare: 1. Una volta trasferiti i propri diritti allo stato, i sudditi non possono revocarne l'autorità, pena la rivoluzione, la guerra civile e il ritorno allo stato di natura; 2. Il potere sovrano è indivisibile, non può essere diviso tra poteri diversi che formino un sistema di pesi e contrappesi (come accade nelle moderne democrazie). Questo perché se i poteri non fossero d'accordo si cadrebbe nella guerra civile, nella dissoluzione dello stato; 3. Appartiene allo stato il diritto di distinguere il bene dal male, e non ai cittadini (e nemmeno alle religioni). La capacità di distinguere il giusto dall'ingiusto non può essere lasciata all'arbitrio individuale, poiché se tutti seguissero criteri etici individuali l'unità dello stato, nuovamente, si dissolverebbe; 4. I sudditi devono prestarsi all'assoluta obbedienza, anche nel caso in cui ritenessero ingiusti gli ordini ricevuti, in particolare lo stato si erge al di sopra delle sue stesse leggi, nel senso che il sovrano non è legato da nessun tipo di contratto ai suoi sudditi, essi invece stipulano un patto per via negativa, privandosi dei propri poteri; 5. Lo stato coincide con la religione. Non vi è alcuno spazio per un'autorità religiosa al di fuori della sua autorità che pretenda di vincolare i sudditi ad un altro tipo di leggi, ad un altro tipo di principi. Per Hobbes comunità civile e comunità religiosa sono da considerare una sola cosa. "La materia dello stato e della chiesa è la stessa, sono cioè gli stessi uomini cristiani e la forma che consiste nel legittimo potere di convocarli è pure la stessa dato che i singoli cittadini sono obbligati a recarsi dove lo stato li convoca. Però si chiama stato in quanto consta di uomini e chiesa in quanto consta di cristiani". (De cive). Da
questo si evince che la sola libertà individuale lasciata ai
sudditi è quella che non è fatta oggetti di norma da parte
dello stato, il quale assume i caratteri di un superoganismo totalizzante
necessario alla coesione "coatta" del tessuto civile.
Lo stato è così potente che si erge persino al di sopra
della religione, la quale, come abbiamo visto, non può rivendicare
sul mondo alcuna priorità di carattere metafisico: il
diritto naturale non è legge infusa da un dio, ma accordo
raggiunto tra uomini in ragione della loro natura razionale, benché
questo accordo sfoci in Hobbes nella teorizzazione dello stato assoluto.
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Scheda
di Forma Mentis - Ultimo aggiornamento 13-04-2008
ref. Antologia di filosofia, Ubaldo Nicola - Storia della Filosofia, Nicola Abbagnano - La filosofia moderna, Emanuele Severino |