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Marsilio
Ficino nacque a Figline in Valdarno e compì gli studi a Firenze e a Pisa. La sua figura è associata all'incarico affidatogli da Cosimo de' Medici di tradurre le opere di Platone da poco acquistate in Grecia. Per poterle tradurre, il mecenate fiorentino mise a disposizione del letterato la villa di Careggi che divenne l'Accademia Platonica, luogo di ferventi incontri culturali e centro della rinascita del pensiero rinascimentale. Ficino non tradusse solo le opere di Platone, ma anche quelle di Porfirio, Proclo, Plotino, Dionigi Areopagita, Orfeo, Esiodo e molti altri, divenendo così una delle figure più importanti dell'umanesimo rinascimentale. Tutta l'opera di Ficino è volta al recupero di quella saldatura tra fede e filosofia che rese grande il mondo antico, per Ficino senza filosofia la religione diventa superstizione ignorante, senza fede la filosofia diventa iniquità e malizia. Per saldare fede e filosofia non si può che recuperare quel sistema di pensiero che più di ogni altro ha reso possibile nell'antichità la loro suprema sintesi: il platonismo. L'anima copula del mondo. Perché la saldatura sia possibile, la teologia non deve parlare solo di Dio, ma anche dell'uomo. Ficino distingue cinque gradi di realtà: al vertice c'è Dio, quindi gli angeli, poi l'anima dell'uomo, la qualità e il corpo. Dio e il corpo sono i due estremi, tra loro vi è la più assoluta diversità. L'angelo, il grado più prossimo a Dio, e Lui rivolto e trascura i corpi. L'anima dell'uomo è il termine medio, quel grado che è a contatto sia con Dio che con i corpi (e con la natura creata). La qualità dei corpi è inferiore all'anima in quanto si rivolge solo ai corpi trascurando il resto. Posta la gerarchia dei diversi gradi di realtà, Ficino afferma che il grado che costituisce il fulcro del mondo è l'anima dell'uomo, poiché costituisce l'unione tra la dimensione spirituale e quella fisico-naturale, riusciendo a percepire la grandezza di Dio quanto le cose del mondo sensibile. L'anima agisce tra le cose mortali senza essere mortale: l'anima è dunque copula del mondo, cioè "termine medio", nodo cruciale. La centralità dell'anima non può che trasmettersi anche all'uomo, il quale, animato dall'anima che è copula del mondo, risulta egli stesso il termine "centrale" della Creazione. La
dottrina dell'amore.
Ciò che ha permesso all'universo di essere
creato, ciò che ha condotto il caos all'ordine del cosmo, è
un principio che Ficino chiama "amore" (la forza
positiva che ordina le cose e le fa tendere al bene, come già
per il platonismo). L'amore rappresenta per Ficino
sia il motivo che spinge Dio a creare il mondo e a ordinarlo secondo
le sue leggi, sia quella forza che permette all'uomo di avvicinarsi
a Dio e godere della sua grazia: "Tre sono i benefici
dell'amore: restituendoci all'integrità, da divisi che eravamo,
ci riconduce al cielo; colloca ognuno al suo posto e fa che in questa
distribuzione tutti siano paghi; abolisce ogni noia e accende nell'anima
una gioia continuamente nuova, rendendola beata con un blando e dolce
godimento".
PICO
"[...] ricercatore instancabile e irrequieto, erudito formidabile, Giovanni Pico non attinse nella sua speculazione né alla profondità di Cusano né alla chiarezza di Ficino. Elementi diversissimi desunti dal platonismo e dall'arisotelismo, dalla cabala e dalla magia, dalla scolastica medievale, araba, giudaica e latina, confluiscono nel suo pensiero senza giungere a fondersi in un'unità speculativa orginale" Nicola Abbagnano. Giovanni Pico nacque a Mirandola il 24 Febbrario del 1463. Studiò a Bologna, Ferrara e a Padova, venne dunque in contatto con l'averroismo e la filosofia orientale medievale. La sua incredibile e leggendaria capacità mnemonica gli permise di studiare le lingue ebraiche, l'arabo e il caldaico (lingue dell'antica Mesopotamia), oltre che il latino e il greco. Nelle Conclusioni filosofiche, cabalistiche e teologiche del 1486 cercò di promuovere un riavvicinamento tra i cattolici, gli ebrei e gli islamici, ovvero tra le tre grandi religioni monoteiste. Nel 1485, tornato da Parigi, promosse a sue spese un convegno di dotti da tenersi a Roma su 900 tesi da lui pubblicate nelle Conclusioni. La chiesa ritenne molte delle tesi in odor di ereisa (nel 1487 pubblicò un'Apologia), venne anche imprigionato e ottenne il perdono del Papa solo grazie all'intercessione di Lorenzo il Magnifico, sotto la cui protezione visse gli ultimi anni. A Firenze frequenta l'Accademia Platonica e con Savonarola condividerà la necessità di una riforma morale della Chiesa. L'uomo
camaleonte. Ne La dignità dell'uomo, scritto
come introduzione al convegno sulle 900 tesi è considerato da
molti come un vero e proprio manifesto dell'uomo rinascimentale, Pico
espone il concetto dell'uomo camaleonte: Dio creò
ogni essere vivente dotandolo di particolari qualità, ogni animale
possiede un istinto particolare che lo rende più abile di altri
in particolari situazioni. Quando Dio creò l'uomo non volle invece
attribuirli la supremazia di una sola qualità sulle altre, ma
preferì dotarlo di tutte le qualità attribuite agli animali.
Così l'uomo si trova nell'invidiabile posizione di avere in sé
ogni qualità e possedere la libertà di scegliere tra il
degenerarsi nelle cose inferiori o il rigenerarsi in quelle superiori.
La particolarità dell'uomo, la sua importanza,
è proprio nella possibilità del libero arbitrio che gli
è concesso, ovviamente la via che conduce alla rigenerazione
passa dal recupero della sapienza antica, intesa come sapienza neoplatonica
che riconduce l'uomo all'unico principio divino.
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Scheda
di Forma Mentis - ultimo aggiornamento 16-03-2008
ref. Antologia di Filosofia, Ubaldo Nicola - Storia della Filosofia, Nicola Abbagnano |