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Niccolò
Niccolò Cusano (Nikolaus Chrypffs o Krebs) nacque nel 1401 a Cues, in Germania, non lontano da Treviri. Le cronache ci dicono che studiò diritto ad Heidelberg e matematica a Padova (dove si laureò), quindi a Costanza, dove si diede alla teologia. Partecipò al Concilio di Basilea, che aveva per scopo l'unificazione della chiesa latina con quella greca, a motivo di ciò fu mandato in Grecia, dove ritornò carico di testi neoplatonici e con una buona conoscenza della lingua (dal soggiorno trasse le idee per la sua dottrina filosofica). Fattosi prete nel 1426, nel 1448 divenne cardinale, quindi, nel 1450, fu nominato vescovo di Brixen (Bressanone), dove fece in tempo a farsi anche qualche anno di carcere in seguito a un contenzioso aperto con il duca del Tirolo, Sigismondo. Nel 1458, Pio II gli affiderà l'amministrazione degli Stati Pontifici, e morirà presso Todi nel 1464, in procinto di preparare una crociata promossa dal Papa contro i Turchi. Opere: La dotta ignoranza (1440), sua opera principale, Le congetture (1445), L'Idiota (1450), Il gioco della palla (1463). * Sommario 1. La dotta ignoranza e i limiti della conoscenza 3. Il ruolo dell'uomo nel mondo *
Rispolverando un antico adagio socratico, Cusano afferma: “quanto meglio uno saprà che non si può sapere, tanto più sarà dotto.” Si stratta di una riflessione gnoseologica (che riguarda i modi della conoscenza) che trae origine dal tentativo di definire una proporzione tra il noto e l'ignoto. Cusano osserva come tutto ciò che si può conoscere lo si conosce proprio in ragione di una relazione che si può instaurare con il conoscibile e tuttalpiù sulla base del già conosciuto. La matematica, di cui Cusano è studioso, permette di squarciare i veli dell'inconosciuto perché i suoi principi sono direttamente correlati tra loro, secondo una stretta necessità. Ma le cose si fanno più sfuggenti quando si tratta di partire alla scoperta di un essere così lontano e sconosciuto come Dio. Si faccia l'esempio della circonferenza: essa può essere definita come il prodotto di un poligono dai lati infiniti, ma ben sappiamo come il concetto di “infinito” non possa mai dirsi “finito”. Iscrivendo in una circonferenza un poligono e aumentando sempre più il numero dei suoi lati, noi ci avvicineremo sempre più alla perfezione del cerchio, pur non arrivando mai a far coincidere esattamente il poligono con la circonferenza stessa. Questo è il rapporto che intercorre tra essere umano finito ed essere divino infinito: la conoscenza dell'essere assoluto sfugge necessariamente alla limitatezza propria dell'essere finito, l'uomo non potrà mai dirsi vero conoscitore di alcun concetto assoluto. Ecco quindi che solo il dotto (il sapiente), proprio perché è dotto, ha compreso come l'uomo sia comunque ignorante in rapporto alla Verità assoluta dell'essere divino, perfezione naturalmente irraggiungibile dagli uomini, in quanto esseri impossibilitati ad emulare la perfezione di Dio. Dunque risulta chiaro come siano forti in Cusano le influenze neoplatoniche, conseguenti alla riscoperta dei testi antichi non interessati dalla rivisitazione medievale, una riscoperta che Cusano, con il suo viaggio in Grecia, contribuì ad alimentare. Solo nella consapevolezza dei suoi limiti la conoscenza umana è valida, e questo è, come abbiamo visto, l'assunto della dotta ignoranza, dunque l'unico modo per avvicinarsi alla Verità è in principal modo riconoscere l'impossibilità di raggiungerla pienamente. Una volta stabilito dunque il rapporto di assoluta alterità che sussiste tra Verità divina e possibilità della conoscenza umana, Cusano deve pur sempre trovare un modo per rimetterle in relazione tra loro, pena la palese inutilità di ogni discorso di “scienza”: la conoscenza è dunque per Cusano una “congettura”, cioè un partecipare alla Verità, non tanto la Verità stessa, ma un lento avvicinarsi ad essa. Per
Cusano,
Dio è coincidenza degli opposti (coincidentia oppositorum).
Dio è il massimo assoluto, e dunque anche il minimo
assoluto, Dio è ogni cosa, e in particolare è tutto e il contrario di
tutto: il caldo e il freddo, l'alto e il basso, la luce come il buio.
Tutto ciò che è stato creato conviene a Dio, nulla può essere estraneo
al suo essere. Per cui in Dio convive l'unità delle cose come la loro
differenziazione e la loro molteplicità, Dio è quel luogo in cui i contrari
coincidono. Mentre dunque l'uomo è perlopiù soggetto alla legge del
principio di non contraddizione (una cosa non può essere allo stesso
tempo anche il suo contrario), in Dio anche questo principio si risolve,
un superamento del principio di non contraddizione che ll'intelletto
limitato degli uomini non può comprendere appieno.
Di
fronte all'impossibilità di definire in modo certo la natura
infinita di Dio, l'uomo diventa uno spettatore della Creazione, ma
non uno spettatore passivo. L'uomo è
il fine ultimo della Creazione, creato per riconoscere il valore divino
della Creazione stessa
(una sorta di processo
teofanico). |
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Scheda
di Forma Mentis - ultimo aggiornamento 17-12-2007
ref. Storia della Filosofia, Nicola Abbagnano |