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Sommario 5. La supremazia della Chiesa di Roma 6. I Testi Sacri: il valore della Tradizione 7. Filosofare in epoca cristiana
Il
Cristianesimo è la religione che prende il nome da Cristo (l'unto
dal Signore), appellativo di Gesù di Nazareth, nato
tra il 7 e il 4 a.C. in Palestina
(anche se la tradizione vorrebbe come data di nascita propriamente lo
zero). Gesù nacque a Betlemme da Maria, sposa di Giuseppe, concepito
per opera dello Spirito Santo; Egli non è
dunque un semplice uomo, ma uomo e Dio allo stesso tempo.
"Andate
e portate il Verbo in tutte le nazioni, battezzate in nome del Padre e
del Figlio e dello Spirito Santo, insegnate a rispettare tutto ciò
che vi ho prescritto". Queste sono le parole di Cristo riportate
da Matteo, uno dei quattro evangelisti, i testimoni del suo insegnamento
(Vangeli, XXVIII, 16-20). Inizialmente,
la setta cristiana trovò i suoi adepti tra la popolazione ebraica
grazie all'azione di proselitismo degli Apostoli. Un
notevole salto di qualità per il cristiano delle origini si ebbe
con la conversione di San Paolo (Paolo di Tarso), erudito
di origini ebraiche e cittadino romano, che contribuì con i
suoi viaggi ad estendere l'insegnamento del cristianesimo nel bacino del
Mediterraneo e specialmente a Roma, dove morì nel 67, dopo
esservi stato più volte incarcerato. Suo è il famoso
discorso all'Areopago in cui si narra della conversione di Dionigi l'Areopagita
(vedi il capitolo sui filosofi
cristiani minori):
San Paolo fu il primo intellettuale convertito al cristianesimo. La fine definitiva delle persecuzioni arrivò dopo tre secoli dalla nascita di Cristo, precisamente nel 313, con l'editto di Milano, emesso da Costantino e Licinio. L'editto accordava ai cristiani la libertà di culto e la restituzione dei beni confiscati. Lo stesso Costantino fu il primo Imperatore convertito alla cristianità, tanto da presiedere il primo concilio ecumenico nel 325 a Nicea per contrastare l'eresia degli Ariani. La religione Cristiana, uscita dalla clandestinità, acquistò sempre maggiore importanza, tanto che alla caduta dell'Impero Romano e nella difficile fase di passaggio che portò l'Europa alla relativa stabilità del Medio Evo, la Chiesa di Roma, guidata dal Papa (la guida spirituale e suprema di tutte le Chiese) si venne a configurare come unica realtà spirituale e politica di riferimento per l'intero continente europeo. Il Medio Evo stesso non può prescindere dalla Chiesa Cristiana, che ne rappresentò la guida non solo spirituale e politica, ma anche culturale (tutti i maggiori sapienti medievali saranno espressi dal Cristianesimo). L'eresia (=scelta) consisteva in ogni interpretazione data alla parola di Cristo che contrastava la dottrina ufficiale della Chiesa. Soprattutto agli inizi del Cristianesimo erano in molti a proporre interpretazioni diverse della parola di Cristo, grandi lotte furono intraprese dai padri della Chiesa contro l'arianesino, lo gnosticismo, il pelagianesimo e il donatismo (per la risposta alle ultime due eresie si veda Sant'Agostino). La Chiesa non poteva lasciare libera l'interpretazione della parola di Cristo, questo non solo ne avrebbe indebolito la forza, ma avrebbe creato confusione tra i fedeli, che si sarebbero allontanati dalla retta via (la Chiesa si verrà quindi a strutturare come depositaria dell'autentico annuncio cristiano). Molte eresie scaturirono da una diversa interpretazione della natura di Cristo: la corretta interpretazione, approvata dal Concilio di Nicea del 325 d.C., affermava che in Cristo vi fossero contemporaneamente tre nature (Padre, Figlio, Spirito Santo). E' il concetto della Trinità, per cui Dio è Uno e Trino. Cenni su alcune delle più diffuse eresie: L'Arianesimo. Ario (256-336 d.C.) era un sacerdote di Alessandria d'Egitto che sosteneva la natura sostanzialmente umana di Cristo, negandone la natura divina. La sua eresia fu tra le più diffuse, per contrastarla fu indetto il Concilio di Nicea. Il suo ragionamento si fondava sull'affermazione che ciò che è generato non può essere di pari potenza del suo creatore. L'arianesimo fu abbracciato prevalentemente dalle popolazioni barbare più primitive, non abbastanza evolute culturalmente per accettare il concetto più raffinato della Trinità. Il
Nestorianesimo. Prende il nome da Nestorio, patriarca
di Costantinopoli che ammetteva che in Cristo convivessero due nature
e due persone, unite tra loro da un rapporto puramente spirituale. Nestorio
negava anche la "favola pagana", per usare suoi termini,
di Maria come madre di Dio e Dio stesso avvolto in fasce e crocifisso
(infatti, secondo il concetto di Trinità, Cristo è allo
stesso tempo Dio e Spirito Santo). Il Manicheismo. Il manicheismo deriva il suo nome da Mani, re persiano del III secolo d.C. che predicava l'esistenza di una doppia divinità, una del Bene e una del Male, che si alternavano alla guida del mondo, mescolandosi e compenetrandosi. Il mondo era stato creato dalla divinità del Male, la creazione era per il manicheismo un atto di malvagità. Chiaro che questa visione fortemente negativa della Creazione contrastasse con i precetti cristiani. Non solo: ammettendo l'esistenza del Male, il manicheismo avrebbe negato il principio dell'onnipotenza divina (si veda Sant'Agostino). Il Pelagianesimo. Trae origine da Pelagio (350-425 d.C. circa), un monaco britannico. Egli sosteneva che la salvezza dell'uomo non fosse nelle mani di Dio, ma che l'uomo potesse arrivare da sé, con le proprie forze, alla grazia e alla redenzione. Pelagio dava in questo modo maggiore responsabilità all'uomo: mentre Sant'Agostino affermava la totale sottomissione dell'uomo alla volontà divina, Pelagio affermava che il peccato originale non fosse connaturato all'uomo ma derivasse da un suo "disordine dei sensi", un errore accidentale, quindi, e non un peccato, conseguenza necessaria dell'imperfezione umana. Il
Donatismo. Il Donatismo prese addirittura la forma di movimento
scismatico. Le sue origini risalgono al periodo delle persecuzioni dei
primi cristiani: il movimento predicava la necessità di una Chiesa
fortemente elitaria e selettiva, composta da cristiani puri (non ammetteva
infatti il rientro in seno alla Chiesa dei sacerdoti convertiti sotto
persecuzione). Tutto ciò contrastava evidentemente con il carattere
ecumenico del perdono cristiano. I Concili erano riunioni di tutta la Chiesa, presieduti dal Papa in presenza dei Vescovi, per formulare una strategia comune contro le eresie e fissare i punti della dottrina cristiana ufficiale. Se da un lato la Chiesa primitiva non poneva l'accento sull'importanza della vera conoscenza (rivelata una volta per tutte da Cristo, incarnazione del Lògos) ma sulle pratiche etiche e morali necessarie alla salvezza dell'anima, essa non poteva assistere inerme alla corruzione dell'insegnamento originario: e in quest'ambito che trovarono ampio risalto le discussioni intellettuali nel periodo del primo cristianesimo. Nicea (325). Fu il primo concilio ecumenico, fu indetto dal primo Imperatore convertito alla cristianità, Costantino, per combattere l'eresia di Ario. Il Concilio produsse il concetto della Trinità divina (Padre, Figlio e Spirito Santo), per il quale Dio era Uno e Trino, sempre divino. Costantinopoli
(381).
Fu indetto da Teodosio, Imperatore di Costantinopoli, per contrastare
l'eresia di Macedonio, il quale negava la natura divina dello Spirito
Santo. Il Concilio produrrà il "Credo", la formula
recitata tutt'ora da tutte le Chiese cristiane (cattolica, ortodossa e
protestante).
Calcedonia
(451). Fu indetto contro Eutiche, sostenitore del Monofisismo:
egli sosteneva che in Cristo ci fosse un'unica natura, divina e umana
allo stesso tempo. Il Concilio, secondo quanto riporta Cirillo di Alessandria,
ribadì invece che Cristo aveva due nature (divina e umana) pur
essendo una sola persona.
Fin
dall'inizio si discusse attorno alla presunta supremazia romana su tutte
le altre Chiese, questo era dovuto al fatto che, malgrado Roma fosse tradizionalmente
la città del Papa, Vescovo dell'Urbe e di tutte le Chiese, Roma
era ben poco importante rispetto alle ben più solide Chiese di
Antiochia, Alessandria, Efeso e Cartagine.
La
religione cattolica ha come testo di riferimento la Bibbia (o Sacre Scritture:
Antico e Nuovo Testamento). L'Antico Testamento è testo comune
all'ebraismo, infatti è detto anche Bibbia ebraica, e comprende
il Pentateuco (la Torah ebraica, ovvero la Genesi,
l'Esodo, il Levitico, i Numeri e il Deuteronomio),
gli scritti dei profeti (Giudici, Re, ecc.), ed altri di
tradizione ebraica. Il Nuovo Testamento, redatto in lingua greca, comprende i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, Le Lettere apostoliche e l'Apocalisse di Giovanni. Questi testi rappresentano la vita e le opere di Cristo e dei suoi discepoli. Antico e Nuovo Testamento sono da considerare come testo unitario. Il cattolicesimo, pur riconoscendo la Bibbia come testo fondamentale, fonderà le sue verità sul valore della Tradizione e del catechismo, sua sintesi concisa e didattica. Diversamente dai Protestanti, i quali seguono il precetto luterano del solus scriptura e quindi la libera interpretazione dei testi sacri, riconoscendo la scrittura divina come unica guida, i cattolici fanno riferimento per la fede a un insieme sistematico di precetti e interpretazioni ufficiali dettati dalla Santa Sede in osservanza delle auctoritas e della Tradizione (si veda la Scolastica).
Dunque, se il Cristianesimo impone un dogma (una verità di fede alla quale non ci si può opporre), ci si chiede cosa possa accadere alla filosofia, tesa com'è alla ricerca critica della Verità per mezzo dello strumento razionale. Mentre per la filosofia greca la conoscenza (e quindi la Verità) si raggiunge secondo ragione, per i cristiani la Verità è questioni di annuncio divino, un annuncio incriticabile e incontestabile che Dio dona agli uomini, esseri comunque imperfetti e incapaci di accedere con le proprie sole capacità alla conoscenza del Tutto. "[...] mentre per il pensiero greco l'autentica conoscenza di Dio è realizzata dalla philo-sophia, per il cristianesimo Dio non è conosciuto "mediante la "sophia", ma attraverso l' "annuncio" di Dio ai credenti. La fede cristiana è un ritorno al mito (come poi lo sarà pure in modo profondamente diverso, la scienza moderna), ma è un mito che (ancora come la scienza moderna) afferma di essere superiore all'epistème." (E. Severino, La filosofia antica). Tuttavia l'uomo non rinuncerà completamente all'indagine filosofica, intesa come esplorazione razionale delle meccaniche del mondo, ma la trasformerà in teologia: posto alla sommità dei principi il dogma della rivelazione divina (in sostanza, i precetti del Cristianesimo), quello che resta, entro i suoi limiti, continuerà ad essere indagato, e accesi dibattiti saranno avviati nel corso del Medioevo tra le diverse scuole teologiche, soprattutto attorno alla natura di Cristo (si vedano le discussioni sulle eresie), dell'uomo e del suo rapporto con la Salvezza. La filosofia medievale cristiana raggiungerà infatti il suo culmine nella scolastica tomista: in essa si avverte un ritorno alla ragione tipico dell'atteggiamento epistemico-filosofico (al quale ci si rivolgerà, nello specifico della scolastica tomista, con la rivalutazione del pensiero aristotelico, soprattutto nella teologia del primo motore, e di quello platonico e neoplatonico, soprattutto sulla spinta del pensiero di Sant'Agostino). I
primi anni del cristianesimo videro i padri della Chiesa impegnati nella
lotta alle eresie e nella definizione di una dottrina cristiana comune:
l'insieme di questi sforzi prende il nome di patristica. |
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Scheda
di Forma Mentis - Ultimo aggiornamento 30-06-2007
ref. Le grandi religioni, Francesca Bezzi - La filosofia medievale, Alessandro Ghisalberti - La filosofia antica e medievale, Emanuele Severino - Wikipedia |