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Giordano
“Bruno
non ha mai raggiunto la forma di un filosofare guardingo e critico,
nonostante che ne avvertisse l'esigenza: filosofare significa per lui
lottare contro i limiti e le angustie che stringono l'uomo da ogni parte
e perciò raggiungere una visione del mondo per la quale il mondo stesso
sia non più limite all'uomo, ma il dominio della sua libera espansione.”
[...] “un bisogno di espansione dionisiaca”. “Storia della filosofia”,
Nicola Abbagnano.
Riassumere
in poche righe la vita di Giordano Bruno non è impresa da poco. Nato
a Nola col nome di Filippo, a soli 15 anni entra nel convento dominicano
di Napoli, dove assume il nome di Giordano e fa il ragazzo prodigio
grazie alle sue straordinarie doti mnemoniche. A 18 anni comincia a
porsi qualche dubbio sulla fondatezza delle verità religiose, tanto
che di lì a poco sarà costretto a fuggire a Ginevra, quindi a Tolosa
e poi a Parigi. A Parigi pubblica "Il Candelaio” e si guadagna
da vivere come maestro mnemonico (scrive il “De umbris idearum”).
Da Parigi passa ad Oxford (dove comincia a scrivere il “De immenso
ed innumerabilis”
e viene accusato di plagiare le tesi di Ficino),
quindi ritorna a Parigi, ma non vi rimarrà per molto, osteggiato
dall'ambiente aristotelico che si era premurato di criticare. Nel 1586
lo troviamo quindi a Marburgo, poi a Wittemberg e a Francoforte. Quindi
compie l'errore della sua vita: accetta l'invito di Giovanni Mocenigo,
un patrizio veneziano che da lui si aspetta l'apprendimento dei segreti
della magia. Bruno si sente al sicuro sotto la protezione della repubblica
veneziana, ma accade che Mocenigo non si senta soddisfatto dalle sue
lezioni e lo denuncia al Santo Uffizio (23 maggio 1592). Un anno dopo
viene trasferito all'Inquisizione di Roma, dove invano lo pregano di
ritrattare le sue tesi. Bruno testardamente rifiuta e agli inquisitori
non resta che metterlo al rogo: il 17 febbraio del 1600 viene arso vivo
a Campo dei Fiori. Si narra che negli ultimi istanti di vita abbia distolto
lo sguardo dal crocifisso.
Opere principali: Le ombre delle Idee (De umbiris idearum, 1582); Dell'infinito universo et mondi (1584), Dell'immenso e degli innumerevoli (1591), Della monade, del suo numero e della sua forma (1592). * Sommario 1. Tutte le cose hanno un'anima 3. La mnemonica, l' 'ars inveniendi' 4. L'universo infinito è popolato da mondi infiniti *
La tesi fondamentale di Giordano Bruno si può riassumere nel motto "tutte le cose hanno un'anima". Tale affermazione è il frutto di considerazioni neoplatoniche portate alle estreme conseguenze: se il principio che muove ogni cosa è lo spirito, in veste di "nocchiere della nave", ovvero di guida che dà l'intelligenza ai corpi, allora ogni ente terreno, sia esso animale, vegetale o minerale è dotato di questo spirito, di questa intelligenza, in varia misura rispetto alla consapevolezza che compete a ciascun ente (l'uomo è più consapevole del proprio spirito rispetto agli animali, gli animali ne sono più consapevoli rispetto ai vegetali, i vegetali lo sono più dei minerali). Le affermazioni di Bruno traggono forza proprio dalla constatazione spiritualista che il principio che rende le cose vive non può essere generato solamente da fattori fisico-meccanici, ma mostra invece l'evidenza di un'intelligenza sottesa alle cose, per cui esse sono in un certo modo e si relazionano tra loro secondo un preciso ordine naturale che rappresenta lo stesso principio divino (questa intuizione sarà poi alla base della Naturphilosophie di Shelling, il quale dedicherà al filosofo di Nola il suo Bruno. Del principio divino e naturale delle cose). Le
cose non sono animate solo per il fatto di essere vive e in movimento,
ma lo sono anche e soprattutto per avere in sé quel principio
strutturale intrinseco che permette loro di acquisire una certa forma
e non un'altra. Questo principio strutturale di tutte le cose è
l'anima divina che si palesa nella materia (l'anima plasma la materia
eterna e le dà una forma finita e terrena). La
materia è incorruttibile e indistruttibile, come del resto l'anima,
e quest'anima interviene dando una forma sempre diversa alla stessa
materia. Il mutamento nel mondo è allora
il mutamento delle forme, mentre lo spirito che le anima rimane fermo
a plasmare le cose secondo la propria intelligenza. Questo processo
è simile a quello che Platone attribuisce al Demiurgo. L'opera di Bruno risulta indubbiamente intrecciata alla magia, così come la si concepiva nel Rinascimento. La magia non consisteva in un semplice gioco di prestigio,era piuttosto la convinzione che la materia avesse in sé un qualche principio spirituale e soprannaturale che poteva interagire con la materia e con l'intelletto. Cosicché, evocando il principio, la materia poteva rispondere alla sua azione. Secondo la filosofia di Bruno, tutto nel mondo è animato, la forma che il mondo e le cose assumono è una conseguenza dell'azione spirituale superiore del principio divino. Per i "magi" rinascimentali, questa evidenza è dimostrata dal fatto che certi farmaci e certe erbe medicinali influiscono anche sullo spirito, cioè la dimostrazione che esiste un nesso che lega l'anima alla materia. "Se dunque lo spirito, l'anima, la vita si ritrova in tutte le cose e, secondo certi gradi, empie tutta la materia, viene certamente a essere il vero atto e la vera forma di tutte le cose. L'anima, dunque, del mondo è il principio formale costitutivo, dell'universo e di ciò che in quello contiene." (G. Bruno, dal dialogo De la causa, principio et uno). Osteggiata durante tutto il medioevo, poco in auge nel mondo classico, la magia rifiorì nel periodo rinascimentale. Gli studi alchemici (ritenuti nel medioevo niente di più che pratiche sataniche), sono i capostipiti delle moderne scienze chimiche, all'epoca ci si limitava a studiare gli effetti delle reazioni tra sostanze attribuendoli a presunti principi soprannaturali che le animavano. Bruno si interessò in particolare di mnemonica (la tecnica di potenziamento della memoria), di numerologia e di geometria, riconducendola ad osservazioni sulla struttura dei minerali e dei vegetali. Lo
studio della numerologia e della geometria dovevano dimostrare, secondo
Bruno, l'intelligenza della materia (eco delle dottrine
pitagoriche).
La numerologia attribuiva ai numeri e alle loro
combinazioni poteri magici in forza delle relazioni matematiche tra
le cose, relazioni che esprimevano, in ultima analisi, quella armonia
tra le parti sulla quale tutto l'universo poggiava necessariamente.
Ecco perché i rapporti numerologici erano
in grado, secondo Bruno, di esprimere verità metafisiche. La
geometria rappresentava invece il collegamento necessario che sussisteva
tra la struttura numerica e quella formale delle cose, per cui ogni
cosa assumeva una certa forma assecondando il "codice numerico"
suo proprio.
Bruno si può
considerare il primo studioso moderno della memoria. Già coltivata
dai sofisti (Ippia si vantava di esserne il maestro), la mnemonica
è l'arte di utilizzare al meglio la memoria, facendone
uno strumento portentoso di "catalogazione". La mnemonica era uno strumento dell'ars inveniendi: l'arte di favorire nuove scoperte. Bruno ideò una "macchina per inventare", nel suo De umbris idearum, la quale consisteva in un sistema di ruote mnemonico-associative, nelle quali al centro venivano poste immagini archetipe, mentre lettere, numeri e simboli su diversi livelli di circonferenze ruotavano trovando le giuste combinazioni tra tutte le infinite possibilità. L'idea era che immagini archetipe legate alla nascita del cosmo e ai suoi significati (schemi di talismani, immagini celesti e mitologiche, segni astrologici, tracce di orbite planetarie), potessero inconsciamente influenzare la mente nella ricerca di quelle verità che ancora non erano state portate alla luce. L'idea che è alla base di questa metodologia si rifà alla teoria della reminescenza platonica, ovvero l'idea che ogni verità sia già presente nell'intelletto umano e che la ricerca della verità consista nel favorirne il ritorno alla mente. Ogni tecnica di potenziamento della memoria e dell'ars inveniendi andava dunque nella direzione di un aumento delle possibilità di "ricordo" e di recupero delle verità perdute.
Bruno sostenne
anche la necessità di assumere una nuova visione dell'universo.
Radicalizzando la teoria
copernicana
(la quale sosteneva che il sole era immobile al centro dell'universo),
Bruno affermò che l'universo è infinito e la Terra
non è altro che uno dei molti pianeti che popolano l'immensità
di questo infinito.
A chi affermava che la Terra fosse al centro dell'universo, Bruno rispondeva che in un universo infinito vi sono infiniti centri, vista l'impossibilità di definire in modo certo un unico centro in mancanza di confini. A chi afferma invece che l'universo era limitato dall'Ultimo Cielo (l'Empireo aristotelico-tolemaico), Bruno rispondeva che ogni limite che si crede ovvio per il fatto di non vedere nulla oltre è solo una limitazione della capacità visiva, come se l'uomo affermasse di vedere la fine di un bosco per il fatto di non vedere più alberi all'orizzonte. In particolare, questa infinità "omogenea" del cosmo (che ne sottolineava la perfezione infinita) sembra suggerire che il cosmo è quel luogo entro il quale tutti i corpi sono soggetti alle stesse leggi fisiche (non così per la visione aristotelica che postulava diverse leggi fisiche per ognuna delle diverse sfere). Da semplici considerazioni di carattere metafisico, Bruno riuscì quindi a formulare una visione del cosmo molto vicina a quella odierna. |
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Scheda
di Forma Mentis - ultimo aggiornamento 07-03-2008
ref. Atlante di Filosofia, Ubaldo Nicola - Storia della Filosofia, Nicola Abbagnano |